Ne sarà valsa la pena?
Ecco l’equazione perfetta e quasi mai rispettata di ogni circostanza che effettivamente conti qualcosa nell’arco di una vita.
“Valere la pena”, espressione che contiene- ma bisogna guardarne la filigrana- due sostantivi: il valore e il dolore.
Una delle poche certezze che si acquisisce nell’atto stesso in cui si viene al mondo, è che si soffrirà. Il dolore fa parte della vita. Profondamente, intrinsecamente, geneticamente… Chi vive soffre. A questa affermazione autoevidente, non si deroga mai. Il vero problema della vita è quindi la tutela dal dolore. E’ così sempre. Lo è comunque, quale che sia la solidità delle certezze cui si è affidato l’impianto della propria vita.
Questa osservazione ha una ragione remota: l’ottimismo metafisico del quale siamo intrisi, ha reso infatti il dolore semplicemente inconcepibile, sulla scorta della impensabilità del non-essere parmenideo. Noi non abbiamo categorie per descrivere il dolore. Nemmeno un lessico. Per cui ci siamo industriati a costruire immagini della trascendenza il cui ruolo è quello di collocare la giustificazione del male “al di fuori” della realtà medesima. Come a dire che quando la realtà non basta a giustificare se stessa, allora interviene il nostro bisogno di situarne la radice profonda in un “oltre”. La cui necessità (psicologica prima che metafisica) inficia però la validità di quella attribuzione. La certezza- attestata nei libri sacri dell’Occidente, come La Repubblica di Platone, o la Genesi, così come nei trascendentali della filosofia scolastica- che l’essere sia necessariamente “buono”, ha eroso progressivamente la possibilità di immaginare il lato oscuro delle cose. L’uomo occidentale si rinchiude della torre d’avorio della propria razionalità e sovrapponendo, in modo assai arbitrario, quest’ultima al pensiero che la pensa, continua a stabilire equivalenze e tautologie, che lo confortano in un’unica certezza: le cose sono le cose! Così la realtà viene subaffittata al cogito cartesiano, che ne diviene il custode senza contratto. La realtà diventa concepibile per gli stilisti del pensiero che si affannano a vestirla con delle sagome di cartone- “vestiti di idee” avrebbe detto Sofia Vanni Rovighi-, quali le categorie di essenza,bene o giustizia.
Ma la realtà è molto meno razionale di quello che si vorrebbe. Cosa sarebbe accaduto se tremila anni fa avessimo ascoltato Eraclito e non Parmenide? O se Gorgia fosse diventato più importante della scuola di Elea? Io credo che avremmo riconosciuto il diritto delle suddette “cose” di presentarsi al tavolo della ragione con il proprio pesante fardello di irrazionalità. Un fardello talvolta angosciante, invero. Giacché quella irrazionalità che la cultura occidentale ha così prontamente allontanato da sé continua a fare capolino ovunque: nella aggressività, la paura e l’angoscia, la furia degli uomini e quella degli elementi, gli incubi, la cupidigia, gli eccessi e il dolore, ma anche le gioie, le emozioni e la compassione. Non trovando queste spazio nelle architetture del pensiero, finiscono nel nostro inconscio, dove al posto di depotenziarsi, acquisiscono una energia insospettabile. Un po’ come alcune leggende metropolitane raccontano di certi coccodrilli abbandonati nelle fogne delle grandi metropoli e pronti a riemergere ingigantiti in qualche contesto urbano. L’occidente ha cominciato a considerare l’esistenza dell’inconscio appena un secolo fa, attraverso la psicanalisi. Qui risiedono le ragioni che determinano la qualità di una intera esistenza. E non nell’esercizio del raziocinio.
Il nostro universo si rivela talvolta come una scatola di cartone dove i contenuti attraverso i quali avevamo qualificato la nostra esistenza, si sfaldano e si frantumano assai più facilmente di quanto paventammo. Spesso le nostre speranze di cogliere il perché di questi tracolli in un oltre, si rivela essere semplicemente una scatola più grande, il contenitore dei contenitori, ma dove il tasso di arbitrarietà cresce viepiù staccandosi dall’esperienza. “Deve pur esserci un motivo…”, è la radice di ogni scommessa metafisica, dove però il tallone di Achille consta proprio nel nascere da un debito (“deve…”) che la realtà contrarrebbe nei confronti del nostro pensiero.
In realtà così facendo quella che si sta patrocinando è una percezione del mondo assai autoreferenziale, dove viene attribuito un significato a causa del dolore qualora la realtà fosse vista nella sua (apparente) insensatezza. Ma questa è già una forma di follia, almeno nelle forme più gravi.
Molti anni fa un anziano, dopo aver perduto la donna cui era stato sposato da sempre, continuò a comportarsi come se ella fosse ancora presente in quella casa, cucinando per due e cambiando le federe di entrambi i cuscini. Negando parte dell’accaduto, egli si tutelava dalla perdita. Il dolore infatti coincide con il distacco tra la realtà e l’ipotesi di senso- cui fanno parte gli affetti e le consuetudini- attraverso la quale era stata letta prima che un evento traumatico la mettesse in discussione. Un sacerdote, con afflato Dostoevskiano, una volta disse,: “se pensassi che la realtà non abbia senso, mi suiciderei immediatamente…”. Una riflessione uroborica, considerato che non volendo tendenzialmente nessuno vivere nella angoscia, allora il significato lo si tende a referenziare sempre e comunque. La nostra mente non si comporta come uno spettatore, estasiato e neutrale, che osserva il dipinto della rappresentazione del mondo che gli si oppone, ma vi entra con il pennello e dipinge costantemente il quadro dove gli tocca vivere. Ne consegue che “la cosa vera” quasi sempre finisce per essere quella più conveniente. O quella meno dolorosa.
Il nostro problema è che il dolore e la ragione non siano mai nella medesima stanza. O parafrasando Epicuro “quando lui c’è non ci siamo noi, e quando ci siamo noi, non c’è lui…”
Ma chi ha stabilito che il dolore non possa essere vissuto? Forse se accettassimo di vivere in un mondo meno razionale di quello che avremmo pensato, magari accetteremmo che la sofferenza possa essere vissuta per quello che è, e non per la sua necessaria trasfigurazione in una cosa ulteriore.
La nostra preoccupazione di fuggire il dolore è tanto dominante il nostro immaginario collettivo, che la paura di soffrire inibisce ogni autentica propensione al rischio. Le parole di George Gray, tratte dalla antologia di Spoon River, ci vengono in soccorso.
“Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.”
Ne consegue che Il valore è quasi sempre sacrificato ai timori che il prezzo per conseguirlo possa rivelarsi troppo alto. In una società fortemente maternalistica (v. il mio “Il tradimento del Padre”), il tema del rischio rimane spesso in sottofondo. Ne consegue che gli studi degli analisti si riempiono di persone (e sono quelle più vive) che giungono in una determinata fase della propria esistenza a dover conteggiare di quanta vita e di quanto valore ci si è fin lì privati. Esistenze piene di rabbia, recriminazione per ciò che non si è osato, vincolando le proprie prospettive esistenziali al pragmatismo, il buon senso, il dovere, le aspettative riposte dalle persone circostanti e i precetti di una religione. Così i banconi della farmacie si riempiono di Prozac e dei suoi generici.
Sono spesso le esistenze “troppo sensate” a svuotarsi di senso. E a qualificarsi non per ciò che non si è ricevuto, ma per ciò che ci si è impedito pensare di poter ricevere. Per il vuoto sperimentato nel guardare cieli distanti, immaginando voli che mai si intrapresero a cagione delle vertigini.
Nel tempo si odia ogni cosa non si è potuto scegliere. Ci vuole infatti un grande coraggio e una grande libertà per essere ciò che si è. Una accettazione virile, cui si contrappone quasi sempre una rassegnazione bovina. Mi permetto di citare il passaggio di un mio racconto: “Si deve scegliere ciò che si può amare. E si deve amare ciò che non si può scegliere.“
Se vi sono due patologie in qualche modo sintomatiche del nostro modo di vivere, queste sono la paranoia, che porta ad accreditare architetture simboliche molto complesse, e il cosiddetto disturbo borderline, ove il confine con la psicosi viene pericolosamente avvicinato e talora travalicato da quelle persone che temono- così recitano i manuali di psichiatria- più di ogni altra cosa essere abbandonate.
Patologie che, anche quando non sono abbastanza manifeste da giustificare il ricorso a farmaci e specialisti, agiscono sul fondo della società occidentale, diventandone un tarlo culturale ed un sostrato permanente ove le nostre esistenze si consumano.
Il timore dell’abbandono è in particolare quello che determina la stragrande maggioranza delle scelte compiute nell’arco di una esistenza, e che comporta molte paralisi psichiche le quali inducono l’uomo e la donna occidentale a non lasciarsi mai nulla alle spalle, ad indulgere in comportamenti di refrattarietà al nuovo, di avvitamento nel già conosciuto, di rifiuto di ogni cambiamento.
Se nasce- come dicono gli addetti ai lavori- da un “mancato attaccamento” alla madre, esso conduce a collocare il tema dell’amore nella stanza dei beni inaccessibili o in una idealizzazione perenne, dove esso viene però sottratto alle leggi dell’entropia e del divenire. Il borderline preferisce porre la propria smisurata esigenza affettiva dietro una teca di vetro, dove quasi sicuramente mummificherà senza essere stato mai realmente vissuto. Gli amanti ideali non muoiono mai, e mai abbandonano i propri partner.
Colpisce molto che il tema amoroso, così pervasivamente ostentato nelle canzoni, le poesie, nei pensieri adolescenziali e post-adolescenziali, sia vissuto in una oscillazione perversa tra gli estremi di una iperidealizzazione inesauribile- altro sintomo borderline- ed un cinismo estremo, dove la prosaicità della vita opera una scissione rispetto alle aspettative del cuore.
Il quadro che ne consegue è desolante. Quante volte si finisce per chiamare amore quella che tuttalpiù ne è la fotocopia sbiadita?
“l’unica cosa che può farci sopportare gli angusti limiti del nostro tempo su questa terra (è) la formazione di un legame veramente soddisfacente con un’altra persona. (…) Quando si è giunti a questo si è arrivati al massimo di sicurezza emotiva nella vita, e di durata di una relazione che sia alla portata dell’uomo; e soltanto questo può dissipare la paura della morte.”
Prendendo sul serio le sobrie parole di Bruno Bettelheim, possiamo riscontrare un enorme paradosso: la paura di soffrire induce infatti l’uomo contemporaneo ad assumere un atteggiamento rinunciatario rispetto alla sua più grande risorsa. La paura di soffrire avvicina quella della morte. Egli si scopre spaventosamente gracile quando si tratta di misurare le proprie risorse interiori. Il timore di essere (nuovamente) abbandonato, lo fa tentennare esizialmente nella ricerca del diamante che costituirebbe l’unico valore su cui fondare una esistenza gratificante e non recriminatoria. E la vita si riempie tuttalpiù di zirconi.
Ecco perché, come si diceva all’inizio di questa lunga riflessione, l’equazione del dolore e del valore viene raramente rispettata. Nelle discussioni tra gli amici al bar, o sugli invadenti social network, vi è tutto un proliferare di slogan del genere “meglio un pentimento che un rimpianto”, o di uomini e donne pronti a garantire che loro sì, hanno vissuto cose che ne valessero la pena. La realtà poi scorre in rivoli molto più aridi.
Nel suo sforzo ostinato tenere separata la gioia e il dolore, la mancata comprensione dell’unicità del movimento che contiene entrambi, l’uomo contemporaneo si perde. E lascia assai poco al posto di sé.
Clive Staples Lewis, l’autore de “Le Cronache di Narnia”, dopo una vita spesa unicamente alla ricerca di traguardi accademici, confortato da una visione di Dio parenetica e consolatoria, trovò nel tardivo amore per la poetessa americana Joy Gresham il valore atteso da una vita intera. Perdendola poi molto presto a causa di un tumore estremamente aggressivo. L’irruzione della Gioia (Joy, appunto; l’autobiografia di Lewis si chiama “Sorpreso dalla Gioia”) aveva portato anche il dolore nero e cupo che lo portò a dubitare dell’amore di quel Dio che lo aveva fin lì confortato. Ma mai smarrendo il senso del valore di quell’amore.
Sono gli uomini come Lewis che possono rispondere affermativamente a quella domanda: ne sarà valsa la pena?
“Perché amare se perdersi fa così male? Io non ho più risposte, solo la vita che ho vissuto. Due volte in questa vita mi è stato dato di scegliere. Da bambino e da uomo. Il bambino ha scelto la sicurezza, l’uomo ha scelto la sofferenza. Il dolore di oggi fa parte della felicità di ieri. Bisogna accettarlo.” (CS Lewis)