INSEGNANTI, UOMINI INVISIBILI

Ann è una persona fragile e tormentata. Ha una casa, modesta ma dignitosa, una macchina e un certo numero di conoscenze. Ann ha persino un lavoro, non prestigioso ma solido. Ovvero, secondo un certo immaginario consolidato nel nostro mondo, ad Ann non dovrebbe mancare nulla. Eppure soffre, ed è insicura. Nell’affermato studio pubblicitario dove lavora decine di persone si muovono freneticamente, come formiche laboriose, la sfiorano, la urtano, le scivolano accanto ma nessuno si accorge di lei. E questo la fa soffrire indicibilmente. Fino al punto di pensare di farla finita, poiché “tanto domani, quando mancherò al lavoro, nessuno se ne accorgerà.” Ann è il personaggio, (manco a farlo apposta secondario) di un film: What women want, neanche una pietra miliare del cinema. Se uno psichiatra l’avesse veduto, avrebbe avuto la diagnosi pronta sul palmo della mano, depressione, perché per una ulteriore ironia della sorte Ann non sarebbe neppure un caso particolarmente interessante. Come lei ce ne sono a iosa. Eppure Ann ha qualcosa in comune con gli insegnanti della scuola italiana: è invisibile.
Diceva il precettore di Alessandro Magno che “l’uomo è un animale sociale”, e se si sbagliava era solo per difetto. I comportamenti sociali sono quelli che i neonati imparano nei primi mesi di vita, ed “esserci per qualcuno” diventa molto presto l’unica strada percorribile dell’essere. L’attenzione diventa la moneta segreta che si scambia all’interno delle relazioni primarie e, successivamente, di tutte le altre: “io sono se tu mi guardi!”, è il messaggio nascosto di ogni parossismo notturno. Poi si diventa grandi, ma spesso quel bambino, non ancora adeguatamente nutrito, rimane lì nell’ombra, pronto a recapitare le proprie richieste, talvolta in modo improprio, a chi lo circonda.
Viviamo nell’epoca dei grandi paradossi, delle socialità diffuse sui media, ma anche quella delle solitudini in mezzo alla folla; il tempo degli hikikomori, anacoreti del terzo millennio, delle personalità narcisistiche e borderline, che per continuare a vivere devono gettare badilate di carbone nella fornace di una identità cresciuta come una sequoia con le radici di un filo d’erba. Siamo diventati come pompe idrovore, mai appagate, che risucchiano tutto intorno l’attenzione, e non appena l’habitat si rivela inadeguato a rispondere, scatta immediata la depressione. Pochi ne sono immuni.
Non andiamo tutti dal dottore, ma siamo più soggetti alla malattia di quanto non ci piaccia raccontare.
Torniamo per un istante al nostro esempio: Ann è una lavoratrice che, rispetto ai meccanismi normali di gratificazione professionale vive, per dir così, in una dimensione parallela. Non si è adeguatamente “integrata” e ciò che non è integrato, alla lunga, viene “disintegrato.” Nella atomizzazione dei ruoli e delle mansioni, in atto dalla Rivoluzione Industriale, lei non è riuscita a ricavare un guscio sufficientemente solido dove far risiedere la coscienza di sé, come persona dinamica, attiva, efficiente ed efficace; così si è progressivamente marginalizzata, rimanendo esclusa da tutto ciò che, a suo modo di vedere, conta qualcosa.
Del lavoro si parla, nella nostra società, molto spesso. E lo fanno soprattutto i sindacati. Lo si fa tuttavia in una prospettiva miope, senza quasi mai oltrepassare i dati crudi della occupazione e disoccupazione. Ciò che invece vistosamente manca è il dibattito su ciò che potrebbe rendere una determinata professione “gratificante” per chi la svolge, oppure di ciò che drammaticamente impedisce lo possa diventare. Lo scarno dibattito difetta vistosamente della consapevolezza di quelle malattie del lavoro che non intaccano le arterie o i polmoni, ma non per questo sono meno pericolose. Purtroppo.
E in questa graduatoria gli insegnanti sono, a mio avviso, una categoria particolarmente a rischio di burnout. Recenti statistiche della Comunità Europea documentano come un lavoratore su quattro sia soggetto a una forma di stress professionale. Non conosco statistiche dedicate al recinto dei professori, ma immagino che, se ve ne fossero, le percentuali sarebbero destinate a salire.
Ho già dedicato molte pagine sulla “separazione” del mondo della scuola dal resto della società; nel mio piccolo ho stigmatizzato l’aberrazione di un sistema dove qualcuno – gli studenti – deve dimostrare tutto, mentre qualcun altro – gli insegnanti, appunto – invece non deve farlo mai. I professori iniziano la in carriera attraverso un concorso sulla cui efficacia nel reperire risorse adeguate, molto si dovrebbe scrivere. Ma il peggio deve ancora venire, perché da quel momento in poi realisticamente non dovrà più in alcun modo documentare (eccetto che di fronte alla propria coscienza) di essere effettivamente all’altezza di ciò che gli viene richiesto. Questo peccato sorgivo ha anche un nome: obbligo scolastico, e una figlia ingorda e prepotente, chiamata autoreferenzialità.
Tuttavia quando mi sono occupato di questo tema l’ho fatto nella prospettiva di come ciò si risolvesse in un “punto di forza”, e che sedendosi “dietro” alla cattedra si potesse godere di una serie di innegabili vantaggi, specie rispetto ai derelitti che invece salgono sul patibolo per la scaletta sbagliata.
Ciò che invece mi propongo di osservare questa volta è come anche quello del docente sia uno scranno assai scomodo dove appoggiare le proprie terga, e senza tirare in ballo la retribuzione così distante dalle altisonanti e teoriche finalità della professione.
Mi interessano piuttosto le similitudini tra gli insegnanti italiani e Ann. Un adulto equilibrato, di quelli così scarsamente rappresentati nella nostra società, dovrebbe ipoteticamente avere costruito nella maturità una serie di solidi meccanismi di gratificazione, personale e professionale, tali da non essere mai messi gravemente in discussione, e la solidità della autostima diventerebbe così il frangiflutti, nonché la cartina tornasole con cui misurare, con le giuste proporzioni, successi e insuccessi.
A rischio di banalizzare voglio fare degli esempi: l’artigiano vede il proprio manufatto funzionare e ne trae un fondamentale appagamento; non solo, perché egli può registrare l’espressione soddisfatta del cliente; il venditore facilmente trova un premio di produzione della busta paga, non di meno può partecipare della soddisfazione dipinta sul volto del principale quando il grafico delle vendite si impenna; il musicista viene applaudito, e lo chef nella cucina semi oscura ricorda con piacere di quando è stato chiamato al tavolo da alcuni avventori soddisfatti. Persino nel mondo della scuola, dove la spada di Damocle del “dovere” è orientata tutta sulle nuche dei ragazzi, essi possono sperimentare importanti gratificazioni quando vedono premiare l’impegno profuso con un bel voto, laddove prima campeggiava solo un desolante “4”. Meccanismi di gratificazione estremamente importanti, ancorché ignorati. Necessari, poiché il venirne privati porta progressivamente ad assomigliare ad Ann.
Fare l’insegnante difficilmente è gratificante, paradossalmente proprio a causa delle tutele eccessive che ne circondano il suo agire. Navigare su una rotta, lontana mille leghe dagli iceberg del fallimento, ha un rovescio opaco della medaglia, cioè l’impossibilità di sperimentare attivamente la fecondità nel percorso che conduce in porto il vascello dello studente. Progressivamente, anno dopo anno, egli diventa il latore di una materia che, eccetto per i pochi veri appassionati, diventa inerte e ingombrante nel passaggio dell’aula scolastica. Qui tuttavia occorre una precisazione, e una parziale correzione rispetto a quanto asserito. L’esempio serviva, ma nella prosaicità della vita scolastica quotidiana le dinamiche descritte trovano forme di adattamento, di compensazione o di mimesi, eterogenee quanto le persone cui vi sono sottoposte. Leibniz diceva “natura non facit saltus”; di certo la natura non ammette molte eccezioni, perciò difficilmente troveremo nelle sale professori persone con lo sguardo vuoto di Ann. Ogni docente fa storia a sé, e cercherà di trovare la quadra del proprio “esistere scolastico”, con alterni successi. Lungi da me l’idea di inquadrare adeguatamente il problema, o di esaurirlo, né tantomeno di indicare la soluzione, vorrei tuttavia indicare alcune possibili esiti del processo di adattamento. In altre parole vorrei tentare la descrizione di alcuni atteggiamenti, per dir così, “tipici” degli insegnanti alla ricerca di una difficile forma di gratificazione professionale. Per dirla tutta, ritengo di non esserne immune neanche io.
Sicuramente esistono, e negli anni ne ho conosciuti, insegnanti “centrati”, con storie personali solide, che modulano la propria sfera affettiva anche nel lavoro, con passione e dedizione, e che lavorano sempre a vantaggio dello studente, riponendo delle aspettative proporzionate nei propri interlocutori. Inutile dire che sono quelli in cui sia auspicabile imbattersi. Purtroppo mentirei se dicessi che sono la maggioranza.
Esistono gli insegnanti depressi, più simili ad Ann, che vivono coi ragazzi un rapporto pieno di disillusione, poiché ne percepiscono la vitalità, ma se ne sentono esclusi. Talvolta possono diventare vessatori a causa di quella preclusione che, nascosta nell’inconscio, si traveste da irreprensibilità. Parzialmente collegati a questa tipologia ci sono gli insegnanti che si sono abbarbicati intorno alla rigidità schematica della disciplina, che applicano con rigore esasperato. Esigenti con se stessi e con gli studenti, puntuali e con un senso del dovere fin esagerato, si proteggono dalle derive cui la trattazione di alcune tematiche potrebbe portarli attraverso una sostanziale anaffettività, di cui vanno per altro orgogliosi. Eredi del moralismo kantiano, hanno introiettato l’imperativo etico, e siccome disperano di avere un rapporto gratificante col proprio lavoro, antepongono l’equità alle altre forme di soddisfazione. Un capitolo a parte lo meriterebbero gli insegnanti affetti dalla cosiddetta “sindrome di Peter Pan”; più tarati per la relazione adolescenziale che quella adulta; costoro le proprie gratificazioni le cercano eccome, e per lo più le ottengono, solo che appartengono a un retaggio narcisistico. Come i propri interlocutori (cui finiscono esizialmente per somigliare) cercano compulsivamente forme di approvazione, attraverso epifanie di erudizione o di eloquenza, quando non di magnetismo o di carisma animale. Spesso sono persone dotate, e si spendono nella relazione coi ragazzi, sebbene siano iniziative il cui segnale criptato porta a un ritorno all’origine. Non costa loro molto essere generosi coi discenti, perché in primo luogo questo è il modo migliore per averne lo sguardo ammirato cui abbisognano, e in secondo luogo perché il valore della disciplina è subordinato in modo indefettibile alla affermazione della loro personalità. Anche se potrebbe sembrare paradossale, sono questi gli insegnanti più pericolosi, poiché gli adolescenti sono facilmente reclutabili alla causa di questi inguaribili Narcisi, e la prospettiva di diventare cultori della altrui personalità, li esautora delle difese che invece sono più che mai operative con le altre tipologie, trasformandoli nella versione aggiornata della ninfa Eco, martire trasparente di una causa che non gli appartiene. Si dovrebbero spendere due parole sugli insegnanti “perversi” che rovesciano completamente il paradigma “ippocratico” (che non esiste in questa professione, ma dovrebbe) e godono degli insuccessi, così come di infliggere sofferenza con l’arma affilata del voto negativo. Mi rendo conto l’argomento sia scabroso, ma sono convinto che chiunque abbia frequentato le scuole italiane per qualche decennio, ne abbia potuto constatare quantomeno l’esistenza. Ci sono le insegnanti (donne) che orientano il proprio maternage verso gli studenti, vengono poi quelli affetti dal delirio di onnipotenza, così come ci sono quelli indifferenti, e ancora quelli approssimativi, che occultano con la mancanza di forma la pochezza della sostanza. La verità è tuttavia che più che distinguere in una tassonomia chiara e univoca, tutte queste voci, ancorché largamente incomplete, potrebbero essere sfaccettature o accenti diversi di problematiche comuni, e alternativamente presenti più di quanto le apparenti contraddizioni non dicano.
Ciò che però ritengo incontrovertibile è la radice del problema, di cui ho fino a qui discettato: i docenti, essendo stati “chiamati fuori” dalla logica del merito, si sono dovuti improvvisare come fautori degli aspetti motivazionali delle proprie carriere, e non trovando argomenti nella letteratura ufficiale, attingono a piene mani dalle alchimie nascoste dell’inconscio, nutrendosi della approvazione o della conflittualità che nasce dentro a un’aula deve pur sorgere (anche essere detestati è qualcosa). Somigliano a un cuoco che, non potendo ascoltare da sempre un complimento o una lamentela comincia ad abusare, senza vederlo, ora dello zucchero e ora del peperoncino. E questa è una sconfitta, perché non vince nessuno.

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