“Ne è valsa la pena?”. Dell’amore, il dolore e la metafisica.

Ne sarà valsa la pena?

Ecco l’equazione perfetta e quasi mai rispettata di ogni circostanza che effettivamente conti qualcosa nell’arco di una vita.

“Valere la pena”, espressione che contiene- ma bisogna guardarne la filigrana- due sostantivi: il valore e il dolore.

Una delle poche certezze che si acquisisce nell’atto stesso in cui si viene al mondo, è che si soffrirà. Il dolore fa parte della vita. Profondamente, intrinsecamente, geneticamente… Chi vive soffre. A questa affermazione autoevidente, non si deroga mai. Il vero problema della vita è quindi la tutela dal dolore. E’ così sempre. Lo è comunque, quale che sia la solidità delle certezze cui si è affidato l’impianto della propria vita.

Questa osservazione ha una ragione remota: l’ottimismo metafisico del quale siamo intrisi, ha reso infatti il dolore semplicemente inconcepibile, sulla scorta della impensabilità del non-essere parmenideo. Noi non abbiamo categorie per descrivere il dolore. Nemmeno un lessico. Per cui ci siamo industriati a costruire immagini della trascendenza il cui ruolo è quello di collocare la giustificazione del male “al di fuori” della realtà medesima. Come a dire che quando la realtà non basta a giustificare se stessa, allora interviene il nostro bisogno di situarne la radice profonda in un “oltre”. La cui necessità (psicologica prima che metafisica) inficia però la validità di quella attribuzione. La certezza- attestata nei libri sacri dell’Occidente, come La Repubblica di Platone, o la Genesi, così come nei trascendentali della filosofia scolastica- che l’essere sia necessariamente “buono”, ha eroso progressivamente la possibilità di immaginare il lato oscuro delle cose. L’uomo occidentale si rinchiude della torre d’avorio della propria razionalità e sovrapponendo, in modo assai arbitrario, quest’ultima al pensiero che la pensa, continua a stabilire equivalenze e tautologie, che lo confortano in un’unica certezza: le cose sono le cose! Così la realtà viene subaffittata al cogito cartesiano, che ne diviene il custode senza contratto. La realtà diventa concepibile per gli stilisti del pensiero che si affannano a vestirla con delle sagome di cartone- “vestiti di idee” avrebbe detto Sofia Vanni Rovighi-, quali le categorie di essenza,bene o giustizia.

Ma la realtà è molto meno razionale di quello che si vorrebbe. Cosa sarebbe accaduto se tremila anni fa avessimo ascoltato Eraclito e non Parmenide? O se Gorgia fosse diventato più importante della scuola di Elea? Io credo che avremmo riconosciuto il diritto delle suddette “cose” di presentarsi al tavolo della ragione con il proprio pesante fardello di irrazionalità. Un fardello talvolta angosciante, invero. Giacché quella irrazionalità che la cultura occidentale ha così prontamente allontanato da sé continua a fare capolino ovunque: nella aggressività, la paura e l’angoscia, la furia degli uomini e quella degli elementi, gli incubi, la cupidigia, gli eccessi e il dolore, ma anche le gioie, le emozioni e la compassione. Non trovando queste spazio nelle architetture del pensiero, finiscono nel nostro inconscio, dove al posto di depotenziarsi, acquisiscono una energia insospettabile. Un po’ come alcune leggende metropolitane raccontano di certi coccodrilli abbandonati nelle fogne delle grandi metropoli e pronti a riemergere ingigantiti in qualche contesto urbano. L’occidente ha cominciato a considerare l’esistenza dell’inconscio appena un secolo fa, attraverso la psicanalisi. Qui risiedono le ragioni che determinano la qualità di una intera esistenza. E non nell’esercizio del raziocinio.

Il nostro universo si rivela talvolta come una scatola di cartone dove i contenuti attraverso i quali avevamo qualificato la nostra esistenza, si sfaldano e si frantumano assai più facilmente di quanto paventammo. Spesso le nostre speranze di cogliere il perché di questi tracolli in un oltre, si rivela essere semplicemente una scatola più grande, il contenitore dei contenitori, ma dove il tasso di arbitrarietà cresce viepiù staccandosi dall’esperienza. “Deve pur esserci un motivo…”, è la radice di ogni scommessa metafisica, dove però il tallone di Achille consta proprio nel nascere da un debito (“deve…”) che la realtà contrarrebbe nei confronti del nostro pensiero.

In realtà così facendo quella che si sta patrocinando è una percezione del mondo assai autoreferenziale, dove viene attribuito un significato a causa del dolore qualora la realtà fosse vista nella sua (apparente) insensatezza. Ma questa è già una forma di follia, almeno nelle forme più gravi.

Molti anni fa un anziano, dopo aver perduto la donna cui era stato sposato da sempre, continuò a comportarsi come se ella fosse ancora presente in quella casa, cucinando per due e cambiando le federe di entrambi i cuscini. Negando parte dell’accaduto, egli si tutelava dalla perdita. Il dolore infatti coincide con il distacco tra la realtà e l’ipotesi di senso- cui fanno parte gli affetti e le consuetudini- attraverso la quale era stata letta prima che un evento traumatico la mettesse in discussione. Un sacerdote, con afflato Dostoevskiano, una volta disse,: “se pensassi che la realtà non abbia senso, mi suiciderei immediatamente…”. Una riflessione uroborica, considerato che non volendo tendenzialmente nessuno vivere nella angoscia, allora il significato lo si tende a referenziare sempre e comunque. La nostra mente non si comporta come uno spettatore, estasiato e neutrale, che osserva il dipinto della rappresentazione del mondo che gli si oppone, ma vi entra con il pennello e dipinge costantemente il quadro dove gli tocca vivere. Ne consegue che “la cosa vera” quasi sempre finisce per essere quella più conveniente. O quella meno dolorosa.

Il nostro problema è che il dolore e la ragione non siano mai nella medesima stanza. O parafrasando Epicuro “quando lui c’è non ci siamo noi, e quando ci siamo noi, non c’è lui…”

Ma chi ha stabilito che il dolore non possa essere vissuto? Forse se accettassimo di vivere in un mondo meno razionale di quello che avremmo pensato, magari accetteremmo che la sofferenza possa essere vissuta per quello che è, e non per la sua necessaria trasfigurazione in una cosa ulteriore.

La nostra preoccupazione di fuggire il dolore è tanto dominante il nostro immaginario collettivo, che la paura di soffrire inibisce ogni autentica propensione al rischio. Le parole di George Gray, tratte dalla antologia di Spoon River, ci vengono in soccorso.

“Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;

il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;

l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.”

Ne consegue che Il valore è quasi sempre sacrificato ai timori che il prezzo per conseguirlo possa rivelarsi troppo alto. In una società fortemente maternalistica (v. il mio “Il tradimento del Padre”), il tema del rischio rimane spesso in sottofondo. Ne consegue che gli studi degli analisti si riempiono di persone (e sono quelle più vive) che giungono in una determinata fase della propria esistenza a dover conteggiare di quanta vita e di quanto valore ci si è fin lì privati. Esistenze piene di rabbia, recriminazione per ciò che non si è osato, vincolando le proprie prospettive esistenziali al pragmatismo, il buon senso, il dovere, le aspettative riposte dalle persone circostanti e i precetti di una religione. Così i banconi della farmacie si riempiono di Prozac e dei suoi generici.

Sono spesso le esistenze “troppo sensate” a svuotarsi di senso. E a qualificarsi non per ciò che non si è ricevuto, ma per ciò che ci si è impedito pensare di poter ricevere. Per il vuoto sperimentato nel guardare cieli distanti, immaginando voli che mai si intrapresero a cagione delle vertigini.

Nel tempo si odia ogni cosa non si è potuto scegliere. Ci vuole infatti un grande coraggio e una grande libertà per essere ciò che si è. Una accettazione virile, cui si contrappone quasi sempre una rassegnazione bovina. Mi permetto di citare il passaggio di un mio racconto: “Si deve scegliere ciò che si può amare. E si deve amare ciò che non si può scegliere.“

Se vi sono due patologie in qualche modo sintomatiche del nostro modo di vivere, queste sono la paranoia, che porta ad accreditare architetture simboliche molto complesse, e il cosiddetto disturbo borderline, ove il confine con la psicosi viene pericolosamente avvicinato e talora travalicato da quelle persone che temono- così recitano i manuali di psichiatria- più di  ogni altra cosa essere abbandonate.

Patologie che, anche quando non sono abbastanza manifeste da giustificare il ricorso a farmaci e specialisti, agiscono sul fondo della società occidentale, diventandone un tarlo culturale ed un sostrato permanente ove le nostre esistenze si consumano.

Il timore dell’abbandono è in particolare quello che determina la stragrande maggioranza delle scelte compiute nell’arco di una esistenza, e che comporta molte paralisi psichiche le quali inducono l’uomo e la donna occidentale a non lasciarsi mai nulla alle spalle, ad indulgere in comportamenti di refrattarietà al nuovo, di avvitamento nel già conosciuto, di rifiuto di ogni cambiamento.

Se nasce- come dicono gli addetti ai lavori- da un “mancato attaccamento” alla madre, esso conduce a collocare il tema dell’amore nella stanza dei beni inaccessibili o in una idealizzazione perenne, dove esso viene però sottratto alle leggi dell’entropia e del divenire. Il borderline preferisce porre la propria smisurata esigenza affettiva dietro una teca di vetro, dove quasi sicuramente mummificherà senza essere stato mai realmente vissuto. Gli amanti ideali non muoiono mai, e mai abbandonano i propri partner.

Colpisce molto che il tema amoroso, così pervasivamente ostentato nelle canzoni, le poesie, nei pensieri adolescenziali e post-adolescenziali, sia vissuto in una oscillazione perversa tra gli estremi di una iperidealizzazione inesauribile- altro sintomo borderline- ed un cinismo estremo, dove la prosaicità della vita opera una scissione rispetto alle aspettative del cuore.

Il quadro che ne consegue è desolante. Quante volte si finisce per chiamare amore quella che tuttalpiù ne è la fotocopia sbiadita?

“l’unica cosa che può farci sopportare gli angusti limiti del nostro tempo su questa terra (è) la formazione di un legame veramente soddisfacente con un’altra persona. (…) Quando si è giunti a questo si è arrivati al massimo di sicurezza emotiva nella vita, e di durata di una relazione che sia alla portata dell’uomo; e soltanto questo può dissipare la paura della morte.”

Prendendo sul serio le sobrie parole di Bruno Bettelheim, possiamo riscontrare un enorme paradosso: la paura di soffrire induce infatti l’uomo contemporaneo ad assumere un atteggiamento rinunciatario rispetto alla sua più grande risorsa. La paura di soffrire avvicina quella della morte. Egli si scopre spaventosamente gracile quando si tratta di misurare le proprie risorse interiori. Il timore di essere (nuovamente) abbandonato, lo fa tentennare esizialmente nella ricerca del diamante che costituirebbe l’unico valore su cui fondare una esistenza gratificante e non recriminatoria. E la vita si riempie tuttalpiù di zirconi.

Ecco perché, come si diceva all’inizio di questa lunga riflessione, l’equazione del dolore e del valore viene raramente rispettata. Nelle discussioni tra gli amici al bar, o sugli invadenti social network, vi è tutto un proliferare di slogan del genere “meglio un pentimento che un rimpianto”, o di uomini e donne pronti a garantire che loro sì, hanno vissuto cose che ne valessero la pena. La realtà poi scorre in rivoli molto più aridi.

Nel suo sforzo ostinato tenere separata la gioia e il dolore, la mancata comprensione dell’unicità del movimento che contiene entrambi, l’uomo contemporaneo si perde. E lascia assai poco al posto di sé.

Clive Staples Lewis, l’autore de “Le Cronache di Narnia”, dopo una vita spesa unicamente alla ricerca di traguardi accademici, confortato da una visione di Dio parenetica e consolatoria, trovò nel tardivo amore per la poetessa americana Joy Gresham il valore atteso da una vita intera. Perdendola poi molto presto a causa di un tumore estremamente aggressivo. L’irruzione della Gioia (Joy, appunto; l’autobiografia di Lewis si chiama “Sorpreso dalla Gioia”) aveva portato anche il dolore nero e cupo che lo portò a dubitare dell’amore di quel Dio che lo aveva fin lì confortato. Ma mai smarrendo il senso del valore di quell’amore.

Sono gli uomini come Lewis che possono rispondere affermativamente a quella domanda: ne sarà valsa la pena?

“Perché amare se perdersi fa così male? Io non ho più  risposte, solo la vita che ho vissuto. Due volte in questa vita mi è stato dato di scegliere. Da bambino e da uomo. Il bambino ha scelto la sicurezza, l’uomo ha scelto la sofferenza. Il dolore di oggi fa parte della felicità di ieri. Bisogna accettarlo.” (CS Lewis)

INSEGNANTI, UOMINI INVISIBILI

Ann è una persona fragile e tormentata. Ha una casa, modesta ma dignitosa, una macchina e un certo numero di conoscenze. Ann ha persino un lavoro, non prestigioso ma solido. Ovvero, secondo un certo immaginario consolidato nel nostro mondo, ad Ann non dovrebbe mancare nulla. Eppure soffre, ed è insicura. Nell’affermato studio pubblicitario dove lavora decine di persone si muovono freneticamente, come formiche laboriose, la sfiorano, la urtano, le scivolano accanto ma nessuno si accorge di lei. E questo la fa soffrire indicibilmente. Fino al punto di pensare di farla finita, poiché “tanto domani, quando mancherò al lavoro, nessuno se ne accorgerà.” Ann è il personaggio, (manco a farlo apposta secondario) di un film: What women want, neanche una pietra miliare del cinema. Se uno psichiatra l’avesse veduto, avrebbe avuto la diagnosi pronta sul palmo della mano, depressione, perché per una ulteriore ironia della sorte Ann non sarebbe neppure un caso particolarmente interessante. Come lei ce ne sono a iosa. Eppure Ann ha qualcosa in comune con gli insegnanti della scuola italiana: è invisibile.
Diceva il precettore di Alessandro Magno che “l’uomo è un animale sociale”, e se si sbagliava era solo per difetto. I comportamenti sociali sono quelli che i neonati imparano nei primi mesi di vita, ed “esserci per qualcuno” diventa molto presto l’unica strada percorribile dell’essere. L’attenzione diventa la moneta segreta che si scambia all’interno delle relazioni primarie e, successivamente, di tutte le altre: “io sono se tu mi guardi!”, è il messaggio nascosto di ogni parossismo notturno. Poi si diventa grandi, ma spesso quel bambino, non ancora adeguatamente nutrito, rimane lì nell’ombra, pronto a recapitare le proprie richieste, talvolta in modo improprio, a chi lo circonda.
Viviamo nell’epoca dei grandi paradossi, delle socialità diffuse sui media, ma anche quella delle solitudini in mezzo alla folla; il tempo degli hikikomori, anacoreti del terzo millennio, delle personalità narcisistiche e borderline, che per continuare a vivere devono gettare badilate di carbone nella fornace di una identità cresciuta come una sequoia con le radici di un filo d’erba. Siamo diventati come pompe idrovore, mai appagate, che risucchiano tutto intorno l’attenzione, e non appena l’habitat si rivela inadeguato a rispondere, scatta immediata la depressione. Pochi ne sono immuni.
Non andiamo tutti dal dottore, ma siamo più soggetti alla malattia di quanto non ci piaccia raccontare.
Torniamo per un istante al nostro esempio: Ann è una lavoratrice che, rispetto ai meccanismi normali di gratificazione professionale vive, per dir così, in una dimensione parallela. Non si è adeguatamente “integrata” e ciò che non è integrato, alla lunga, viene “disintegrato.” Nella atomizzazione dei ruoli e delle mansioni, in atto dalla Rivoluzione Industriale, lei non è riuscita a ricavare un guscio sufficientemente solido dove far risiedere la coscienza di sé, come persona dinamica, attiva, efficiente ed efficace; così si è progressivamente marginalizzata, rimanendo esclusa da tutto ciò che, a suo modo di vedere, conta qualcosa.
Del lavoro si parla, nella nostra società, molto spesso. E lo fanno soprattutto i sindacati. Lo si fa tuttavia in una prospettiva miope, senza quasi mai oltrepassare i dati crudi della occupazione e disoccupazione. Ciò che invece vistosamente manca è il dibattito su ciò che potrebbe rendere una determinata professione “gratificante” per chi la svolge, oppure di ciò che drammaticamente impedisce lo possa diventare. Lo scarno dibattito difetta vistosamente della consapevolezza di quelle malattie del lavoro che non intaccano le arterie o i polmoni, ma non per questo sono meno pericolose. Purtroppo.
E in questa graduatoria gli insegnanti sono, a mio avviso, una categoria particolarmente a rischio di burnout. Recenti statistiche della Comunità Europea documentano come un lavoratore su quattro sia soggetto a una forma di stress professionale. Non conosco statistiche dedicate al recinto dei professori, ma immagino che, se ve ne fossero, le percentuali sarebbero destinate a salire.
Ho già dedicato molte pagine sulla “separazione” del mondo della scuola dal resto della società; nel mio piccolo ho stigmatizzato l’aberrazione di un sistema dove qualcuno – gli studenti – deve dimostrare tutto, mentre qualcun altro – gli insegnanti, appunto – invece non deve farlo mai. I professori iniziano la in carriera attraverso un concorso sulla cui efficacia nel reperire risorse adeguate, molto si dovrebbe scrivere. Ma il peggio deve ancora venire, perché da quel momento in poi realisticamente non dovrà più in alcun modo documentare (eccetto che di fronte alla propria coscienza) di essere effettivamente all’altezza di ciò che gli viene richiesto. Questo peccato sorgivo ha anche un nome: obbligo scolastico, e una figlia ingorda e prepotente, chiamata autoreferenzialità.
Tuttavia quando mi sono occupato di questo tema l’ho fatto nella prospettiva di come ciò si risolvesse in un “punto di forza”, e che sedendosi “dietro” alla cattedra si potesse godere di una serie di innegabili vantaggi, specie rispetto ai derelitti che invece salgono sul patibolo per la scaletta sbagliata.
Ciò che invece mi propongo di osservare questa volta è come anche quello del docente sia uno scranno assai scomodo dove appoggiare le proprie terga, e senza tirare in ballo la retribuzione così distante dalle altisonanti e teoriche finalità della professione.
Mi interessano piuttosto le similitudini tra gli insegnanti italiani e Ann. Un adulto equilibrato, di quelli così scarsamente rappresentati nella nostra società, dovrebbe ipoteticamente avere costruito nella maturità una serie di solidi meccanismi di gratificazione, personale e professionale, tali da non essere mai messi gravemente in discussione, e la solidità della autostima diventerebbe così il frangiflutti, nonché la cartina tornasole con cui misurare, con le giuste proporzioni, successi e insuccessi.
A rischio di banalizzare voglio fare degli esempi: l’artigiano vede il proprio manufatto funzionare e ne trae un fondamentale appagamento; non solo, perché egli può registrare l’espressione soddisfatta del cliente; il venditore facilmente trova un premio di produzione della busta paga, non di meno può partecipare della soddisfazione dipinta sul volto del principale quando il grafico delle vendite si impenna; il musicista viene applaudito, e lo chef nella cucina semi oscura ricorda con piacere di quando è stato chiamato al tavolo da alcuni avventori soddisfatti. Persino nel mondo della scuola, dove la spada di Damocle del “dovere” è orientata tutta sulle nuche dei ragazzi, essi possono sperimentare importanti gratificazioni quando vedono premiare l’impegno profuso con un bel voto, laddove prima campeggiava solo un desolante “4”. Meccanismi di gratificazione estremamente importanti, ancorché ignorati. Necessari, poiché il venirne privati porta progressivamente ad assomigliare ad Ann.
Fare l’insegnante difficilmente è gratificante, paradossalmente proprio a causa delle tutele eccessive che ne circondano il suo agire. Navigare su una rotta, lontana mille leghe dagli iceberg del fallimento, ha un rovescio opaco della medaglia, cioè l’impossibilità di sperimentare attivamente la fecondità nel percorso che conduce in porto il vascello dello studente. Progressivamente, anno dopo anno, egli diventa il latore di una materia che, eccetto per i pochi veri appassionati, diventa inerte e ingombrante nel passaggio dell’aula scolastica. Qui tuttavia occorre una precisazione, e una parziale correzione rispetto a quanto asserito. L’esempio serviva, ma nella prosaicità della vita scolastica quotidiana le dinamiche descritte trovano forme di adattamento, di compensazione o di mimesi, eterogenee quanto le persone cui vi sono sottoposte. Leibniz diceva “natura non facit saltus”; di certo la natura non ammette molte eccezioni, perciò difficilmente troveremo nelle sale professori persone con lo sguardo vuoto di Ann. Ogni docente fa storia a sé, e cercherà di trovare la quadra del proprio “esistere scolastico”, con alterni successi. Lungi da me l’idea di inquadrare adeguatamente il problema, o di esaurirlo, né tantomeno di indicare la soluzione, vorrei tuttavia indicare alcune possibili esiti del processo di adattamento. In altre parole vorrei tentare la descrizione di alcuni atteggiamenti, per dir così, “tipici” degli insegnanti alla ricerca di una difficile forma di gratificazione professionale. Per dirla tutta, ritengo di non esserne immune neanche io.
Sicuramente esistono, e negli anni ne ho conosciuti, insegnanti “centrati”, con storie personali solide, che modulano la propria sfera affettiva anche nel lavoro, con passione e dedizione, e che lavorano sempre a vantaggio dello studente, riponendo delle aspettative proporzionate nei propri interlocutori. Inutile dire che sono quelli in cui sia auspicabile imbattersi. Purtroppo mentirei se dicessi che sono la maggioranza.
Esistono gli insegnanti depressi, più simili ad Ann, che vivono coi ragazzi un rapporto pieno di disillusione, poiché ne percepiscono la vitalità, ma se ne sentono esclusi. Talvolta possono diventare vessatori a causa di quella preclusione che, nascosta nell’inconscio, si traveste da irreprensibilità. Parzialmente collegati a questa tipologia ci sono gli insegnanti che si sono abbarbicati intorno alla rigidità schematica della disciplina, che applicano con rigore esasperato. Esigenti con se stessi e con gli studenti, puntuali e con un senso del dovere fin esagerato, si proteggono dalle derive cui la trattazione di alcune tematiche potrebbe portarli attraverso una sostanziale anaffettività, di cui vanno per altro orgogliosi. Eredi del moralismo kantiano, hanno introiettato l’imperativo etico, e siccome disperano di avere un rapporto gratificante col proprio lavoro, antepongono l’equità alle altre forme di soddisfazione. Un capitolo a parte lo meriterebbero gli insegnanti affetti dalla cosiddetta “sindrome di Peter Pan”; più tarati per la relazione adolescenziale che quella adulta; costoro le proprie gratificazioni le cercano eccome, e per lo più le ottengono, solo che appartengono a un retaggio narcisistico. Come i propri interlocutori (cui finiscono esizialmente per somigliare) cercano compulsivamente forme di approvazione, attraverso epifanie di erudizione o di eloquenza, quando non di magnetismo o di carisma animale. Spesso sono persone dotate, e si spendono nella relazione coi ragazzi, sebbene siano iniziative il cui segnale criptato porta a un ritorno all’origine. Non costa loro molto essere generosi coi discenti, perché in primo luogo questo è il modo migliore per averne lo sguardo ammirato cui abbisognano, e in secondo luogo perché il valore della disciplina è subordinato in modo indefettibile alla affermazione della loro personalità. Anche se potrebbe sembrare paradossale, sono questi gli insegnanti più pericolosi, poiché gli adolescenti sono facilmente reclutabili alla causa di questi inguaribili Narcisi, e la prospettiva di diventare cultori della altrui personalità, li esautora delle difese che invece sono più che mai operative con le altre tipologie, trasformandoli nella versione aggiornata della ninfa Eco, martire trasparente di una causa che non gli appartiene. Si dovrebbero spendere due parole sugli insegnanti “perversi” che rovesciano completamente il paradigma “ippocratico” (che non esiste in questa professione, ma dovrebbe) e godono degli insuccessi, così come di infliggere sofferenza con l’arma affilata del voto negativo. Mi rendo conto l’argomento sia scabroso, ma sono convinto che chiunque abbia frequentato le scuole italiane per qualche decennio, ne abbia potuto constatare quantomeno l’esistenza. Ci sono le insegnanti (donne) che orientano il proprio maternage verso gli studenti, vengono poi quelli affetti dal delirio di onnipotenza, così come ci sono quelli indifferenti, e ancora quelli approssimativi, che occultano con la mancanza di forma la pochezza della sostanza. La verità è tuttavia che più che distinguere in una tassonomia chiara e univoca, tutte queste voci, ancorché largamente incomplete, potrebbero essere sfaccettature o accenti diversi di problematiche comuni, e alternativamente presenti più di quanto le apparenti contraddizioni non dicano.
Ciò che però ritengo incontrovertibile è la radice del problema, di cui ho fino a qui discettato: i docenti, essendo stati “chiamati fuori” dalla logica del merito, si sono dovuti improvvisare come fautori degli aspetti motivazionali delle proprie carriere, e non trovando argomenti nella letteratura ufficiale, attingono a piene mani dalle alchimie nascoste dell’inconscio, nutrendosi della approvazione o della conflittualità che nasce dentro a un’aula deve pur sorgere (anche essere detestati è qualcosa). Somigliano a un cuoco che, non potendo ascoltare da sempre un complimento o una lamentela comincia ad abusare, senza vederlo, ora dello zucchero e ora del peperoncino. E questa è una sconfitta, perché non vince nessuno.