“Io ti esplodo…”

(Il signor Uguale, entrando in un rudere, si è appena lasciato scappare: lo faccio per te, amore mio.)

“La perlustrazione proseguiva. Ma l’attenzione del signor Uguale si era repentinamente allontanata delle cose, per curvarsi tutta al suo l’interno. Da dove erano arrivate le parole appena sussurrate? Non le avvertiva come sbagliate, o inadeguate. Non erano state sprigionate in uno di quei frangenti in cui si perde il controllo, o si vorrebbe averlo perduto quando vi si ritorna con la memoria. Erano le parole giuste, che calzavano le dita della sua anima come un guanto indossato per mille inverni durante il tragitto che conduce al lavoro. Ma proprio questa era la nota stonata, perché lui non le aveva mai usate. Forse non sapeva cosa volessero dire. Aveva sempre relegato l’uso di certi “argomenti” alla adolescenza, o ai fastidiosi rimasugli che permangono in alcune esistenze adulte. Ma gli anni dell’adolescenza lui li aveva solamente attraversati, galleggiandovi per una incubazione avvertita come orribile e altrettanto necessaria. Né tantomeno aveva avuto qualche motivo per doverli recuperare. Le poche volte che era andato a prendere uno dei figli, il sabato, a scuola, aveva vissuto con disagio l’uscita di quella fiumana dalle porte automatiche dell’istituto. C’era in essi qualcosa di eccessivo, di sporco, nonché molto di traballante incontrollabile e provvisorio come i denti da latte: erano portatori di qualcosa che non voleva ricordare. Se uno, o tutti, quei ragazzi che schiamazzavano nell’angusto cortile della scuola, avessero avuto la giusta coscienza delle cose – quella che lui credeva di avere conseguito attraverso la sua condotta accorta -, avrebbero lasciato cadere i propri scalcinati interessi, le proprie fumiganti passioni, perché tali si sarebbero rivelati non essere. Non li biasimava, oppure soltanto un po’, per quel loro non essere come lui, non avere considerato i traguardi più necessari della vita, il discernimento tra ciò che non avrebbe potuto portare frutto e ciò che davvero contava. La parola “amore”, in particolare, era tra tutte quelle che gli adolescenti usavano con una leggerezza imperdonabile, quella più sopravvalutata, effimera e ingannevole. Piuttosto che amore avrebbero dovuto usarne un’altra, che ne addensava la natura intrinseca di pericolo: esplodere! Ecco cos’erano per il signor Uguale i giovani, mine galleggianti di una guerra dimenticata, eppure sempre pronta a essere sprigionata per nuove imboscate e crudeltà. “Io ti esplodo”, avrebbero dovuto scrivere quei guastatori sui muri sbreccati e alle fermate dei tram, parole come micce, graffiti come l’innesco della più grande polveriera esistente in natura. Per forza il pallido signor Uguale non le aveva mai usate. Lui non era mai esploso. Neanche aveva dovuto sforzarsi. Non aveva dovuto trasformarsi neppure nel pompiere di se stesso. Nessun incendio era stato appiccato, e nessun invasato si era avvicinato con una fiaccola. Non lo aveva consentito. Parole forestiere quelle che gli erano sfuggite. Non aveva mai dovuto prendere confidenza, certo non con Ismene, con cui… Ma cosa andava a pensare? Ciò che aveva vissuto con la moglie apparteneva a un territorio diverso, non aveva nulla a che spartire con quello dove si stava inoltrando adesso. Non avrebbe saputo dire nemmeno se si trattasse di un pregio o un difetto, perché sarebbe stato come paragonare mele e lampioni. Mele e lampioni! Si compiacque di avere codificato tanto bene la non omogeneità. Scartò quindi, accompagnando con un gesto della mano, l’idea di dovervi insistere. Ciò che aveva vissuto con la Bufera non aveva un nome, non ancora quantomeno. A difesa di ciò che aveva pensato fino a quel momento, ravvedeva anche qualcosa “di esplosivo”. Ma nella stessa forma in cui una eruzione che diventa vita lì dove era stata solo la pietra inerte. Era quello il nome da assegnare a ciò che provava? Sicuro era il sentiero che il viandante della sua anima aveva deciso, senza preavviso, di imboccare.”

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