The Bridge

Cosa c’è oltre il parapetto? Un vuoto che si riempie di cose, di immagini, di storie mai raccontate, di gemme mai schiuse, di parole “troppo congelate per sciogliersi al sole”. San Francisco è una città piccola, uno spuntone di roccia che si spinge verso l’Oceano Pacifico. Niente Skyline azzardate, edifici penzolanti che graffiano il cielo pallido. San Francisco assomiglia più a una città dell’800, almeno la zona del porto, il “Fisherman’s Wharf”, coi pontili di legno fradicio e la nebbia a lambire gli usci delle bettole. Quel foruncolo di pietra ha però due braccia che la ricollegano al resto del mondo, due ponti, gettati a unire la città con le città universitarie di Oakland, la Portofino della California, Sausalito. In mezzo alla tinozza c’è invece la famigerata “isola-carcere” di Alcatraz, abbandonata ai turisti, ai gabbiani perenni e alle otarie, lasciata ai pellicani (alcatrace, in spagnolo). I due ponti, l’Oakland Bay Bridge e il Golden Gate Bridge sono praticamente coevi, figli di quegli anni 30, in cui il New Deal rooseveltiano lanciava il suo guanto di sfida alla “depressione” del 1929. San Francisco è una città sospesa, poiché da tempi immemori i sismologhi e le sibille, hanno vaticinato il tremendo sisma – “The Big One” – che raderà al suolo prima o poi la città. Come una nuova Pompei, con la sostanziale diversità che qui tutti  attendono la fine con una rassegnata e trepidante attesa. Nei negozi dei souvenir ci sono i poster e le gigantografie di un evento che, a buon conto, non è ancora accaduto. La Ercolano dei Beach Boys ha anche un cantore, il Plinio pronto a testimoniare le sorti di questa terra votata alla finitudine,  che tuttavia non è una persona.

Mark Twain disse che l’inverno più freddo della sua esistenza era stata una estate a San Francisco. Senza saperlo gli rispose dall’Italia Cesare Pavese, aspirante suicida, nella fine ottobre del ’45: “Tu tremi nella estate”.

Ecco cos’è San Francisco, una terra di paradossi. Più paradossi di quanti lo stesso contenitore paradossale dell’America sembra poter contenere. E in quella terra dei paradossi c’è anche un portale, che si affaccia sul limite delle acque territoriali, dove i flussi dell’Oceano si affacciano nella baia, emerge dalle nebbie e si slancia verso il mistero. Quel portale, il Plinio della storia non ancora raccontata, è una struttura, il Golden Gate Bridge, il ponte (forse) più famoso al mondo. I suoi piloni, le sue campate di acciaio rosso, i nervi d’acciaio a sospendere l’asfalto sul nulla, sono a buon diritto un territorio di confine, tra la fisica e la metafisica, tra la vita e la morte, tra il significato e l’insensatezza, il dolore e l’euforia, l’estasi e l’abisso. Il Golden Gate Bridge è molto, ma molto, di più che un azzardo del genio civile: le sue immense torri sono le antenne che intercettano le onde di un mondo invisibile. Cui tuttavia si accede semplicemente varcando il “portale dorato”. Il Golden Gate Bridge ha il colore della ruggine, e quello del sangue. Ogni anno alcuni milioni di turisti vengono qui per attraversare una delle sette meraviglie della modernità. E alcuni sono andati oltre. Cosa c’è appunto oltre il parapetto?

Nel 2004  Eric Steel, lungi dal rispondere all’interrogativo, ha scritto un film intelligente ed educato, per avvicinarsi se non alla risposta, quantomeno alla domanda. Il magnetismo innaturale che il Golden Gate Bridge emana ha portato, dalla creazione fino al 2005, un migliaio di persone a cercare la morte lanciandosi nel vuoto dei 65 metri che dividono il ponte e la superficie dell’acqua. Quasi sempre trovandola. Quando il mondo rimase traumatizzato, solo un anno fa, per il tragico episodio dell’aereo della German Wings, la prima immagine di Andreas Lubitz, il folle pilota che ha deciso di trascinare 150 cinquanta innocenti nel proprio suicidio, lo ritraeva proprio con il Golden Gate Bridge alle spalle.

Andreas Lubitz

Andreas Lubitz

Il film di Steel, non è un film sui suicidi, come il becero sottotitolo italiano lascia supporre, ma è appunto sul ponte. Non è un documento sulla disperazione, ma  un film dove la disperazione viene guardata come una “cosa”, un oggetto tra gli oggetti. Quando il film uscì in Italia, ci furono polemiche, per la spettacolarizzazione della morte, perché – si diceva – fosse una sorta di inno al suicidio. Polemiche stantie, perché si confonde il nascondimento di un fenomeno con la sua non esistenza, e la irrapresentabilità con la non efficacia. Per un anno Steel ha puntato le telecamere sul ponte, giorno e notte, scrutando quello che succedeva sopra. Ma nel film i suicidi effettivamente documentati visivamente non sono più di 4 o 5 (mentre una didascalia finale parla di 24). No, The Bridge non è un film sui suicidi, né tantomeno un inno alla fine della vita. E’ piuttosto un haiku zen dove viene osservato, senza giudizio, ciò che accade. The Bridge racconta le storie degli uomini senza biografia che nell’abisso ci hanno visto qualcosa. Non si penzola nel vuoto, ma si sporge oltre il parapetto. E guarda cosa si vede dal ponte.

Ogni respiro

Tu sei la poesia,

la musica dei fiori,

i riflessi che galleggiano sulle [onde]

Sei la ragione per cui un uomo quel giorno pianse

Il palloncino che sfuggì dal polso della bambina

gli occhi tristi eppur lieti

che lo accompagnarono al suo appuntamento con le stelle.

Sei tu il motivo per cui il vento risvegliò quel cespuglio

sei la forza che fa rimbalzare i ciottoli sul lago,

tu sai perché le foglie d’autunno diventano gialle

e sai perché il sole arrossisce quando scompare

sei l’odore della pioggia dopo il temporale.

Sei il palpito di cuore di una madre

le lacrime di un padre.

Tutte le figlie e tutti i figli

tutte le spose e tutti gli sposi,

sei i sorrisi sdentati e le foto sbiadite,

tutte le cose stupide dette senza pensare

tuo ogni pianto che fece un cuore.

Sei l’innocenza. Sei ogni carezza.

Ogni capello spostato dal vento.

Sei tu che custodisci i segreti degli amanti,

non celi tu la memoria delle pietre?

Tu sei la mia pace distante.

E tuo sarà ogni mio respiro, finché ne avrò uno.

“Io ti esplodo…”

(Il signor Uguale, entrando in un rudere, si è appena lasciato scappare: lo faccio per te, amore mio.)

“La perlustrazione proseguiva. Ma l’attenzione del signor Uguale si era repentinamente allontanata delle cose, per curvarsi tutta al suo l’interno. Da dove erano arrivate le parole appena sussurrate? Non le avvertiva come sbagliate, o inadeguate. Non erano state sprigionate in uno di quei frangenti in cui si perde il controllo, o si vorrebbe averlo perduto quando vi si ritorna con la memoria. Erano le parole giuste, che calzavano le dita della sua anima come un guanto indossato per mille inverni durante il tragitto che conduce al lavoro. Ma proprio questa era la nota stonata, perché lui non le aveva mai usate. Forse non sapeva cosa volessero dire. Aveva sempre relegato l’uso di certi “argomenti” alla adolescenza, o ai fastidiosi rimasugli che permangono in alcune esistenze adulte. Ma gli anni dell’adolescenza lui li aveva solamente attraversati, galleggiandovi per una incubazione avvertita come orribile e altrettanto necessaria. Né tantomeno aveva avuto qualche motivo per doverli recuperare. Le poche volte che era andato a prendere uno dei figli, il sabato, a scuola, aveva vissuto con disagio l’uscita di quella fiumana dalle porte automatiche dell’istituto. C’era in essi qualcosa di eccessivo, di sporco, nonché molto di traballante incontrollabile e provvisorio come i denti da latte: erano portatori di qualcosa che non voleva ricordare. Se uno, o tutti, quei ragazzi che schiamazzavano nell’angusto cortile della scuola, avessero avuto la giusta coscienza delle cose – quella che lui credeva di avere conseguito attraverso la sua condotta accorta -, avrebbero lasciato cadere i propri scalcinati interessi, le proprie fumiganti passioni, perché tali si sarebbero rivelati non essere. Non li biasimava, oppure soltanto un po’, per quel loro non essere come lui, non avere considerato i traguardi più necessari della vita, il discernimento tra ciò che non avrebbe potuto portare frutto e ciò che davvero contava. La parola “amore”, in particolare, era tra tutte quelle che gli adolescenti usavano con una leggerezza imperdonabile, quella più sopravvalutata, effimera e ingannevole. Piuttosto che amore avrebbero dovuto usarne un’altra, che ne addensava la natura intrinseca di pericolo: esplodere! Ecco cos’erano per il signor Uguale i giovani, mine galleggianti di una guerra dimenticata, eppure sempre pronta a essere sprigionata per nuove imboscate e crudeltà. “Io ti esplodo”, avrebbero dovuto scrivere quei guastatori sui muri sbreccati e alle fermate dei tram, parole come micce, graffiti come l’innesco della più grande polveriera esistente in natura. Per forza il pallido signor Uguale non le aveva mai usate. Lui non era mai esploso. Neanche aveva dovuto sforzarsi. Non aveva dovuto trasformarsi neppure nel pompiere di se stesso. Nessun incendio era stato appiccato, e nessun invasato si era avvicinato con una fiaccola. Non lo aveva consentito. Parole forestiere quelle che gli erano sfuggite. Non aveva mai dovuto prendere confidenza, certo non con Ismene, con cui… Ma cosa andava a pensare? Ciò che aveva vissuto con la moglie apparteneva a un territorio diverso, non aveva nulla a che spartire con quello dove si stava inoltrando adesso. Non avrebbe saputo dire nemmeno se si trattasse di un pregio o un difetto, perché sarebbe stato come paragonare mele e lampioni. Mele e lampioni! Si compiacque di avere codificato tanto bene la non omogeneità. Scartò quindi, accompagnando con un gesto della mano, l’idea di dovervi insistere. Ciò che aveva vissuto con la Bufera non aveva un nome, non ancora quantomeno. A difesa di ciò che aveva pensato fino a quel momento, ravvedeva anche qualcosa “di esplosivo”. Ma nella stessa forma in cui una eruzione che diventa vita lì dove era stata solo la pietra inerte. Era quello il nome da assegnare a ciò che provava? Sicuro era il sentiero che il viandante della sua anima aveva deciso, senza preavviso, di imboccare.”

Mia madre l’Oca

Come tu guardi le cose, io sono lì, vibro nell’istante, sono fatto di occhi…

Tu fai le cose che guardi. con travolgente tenerezza Guardami ancora Guardami Ora

Loro non sanno del tuo sguardo (come potrebbero?)

E io resto qui solo con un sigillo sul mio cuore segreto

Scendi giù ancora più giù ancora una volta oltre il limite oltre la memoria…

giù, giù fino in fondo ove il ricordo è dolore

nel travaglio che fa dense le cose

Chi ero… chi lo ricorderà?

E allora quando davvero non puoi andare oltre

il dolore è insostenibile

vai ancora un passo avanti

un solo passo ancora un respiro

spingiti oltre verso occhi innocenti che sappiano guardare come tu mi hai guardato

oltre quella soglia dove il respiro appanna i cieli

le lacrime si spengono nelle fucine delle stelle

e diventano diamanti, dove le anime tornano carne e sangue, e i bambini giocano con i lupi.

Ti ricordi?

Il fondo dell’essere,

il fondo delle cose.

il fondo del fondo è dentro un abbraccio

C’è un luogo dove tutto può essere nuovo di nuovo

e dove tutto ancora una volta può accadere.

L’innocenza dietro una colpa.

Dio dietro ad una risata di bimba

la Bellezza in un affanno.

Non cercarmi tra le foglie morte,

sono nella vita.

Ora sì.

L’Urto

Da LE STRABILIANTI AVVENTURE DI MAINIENTE, STRAPPO SOFFICE A 4 VELI.

Le certezze che aveva rischiavano di polverizzarsi sotto l’urto di una coscienza più radicale. Ricordava che in gioventù aveva temuto l’esperienza del macero come la fine di ogni cosa. Ciò che provava adesso era differente. Si trovava davanti a un ponte, la cui campata era così estesa, la gittata talmente fuori portata, da lasciare in una nebbia ovattata l’altro versante. Quanto era stato così sciocco, anzi, a presumere di vedere. Non aveva paura di morire, ma si domandava se non avesse avuto, da sempre, troppa paura per vivere. Ecco, forse si stava avvicinando. Tutto ciò che aveva chiamato “mondo” fino ad allora, si rivelava infine solo una rappresentazione semplificata di ciò che vedeva adesso. Forse, ora che il tornado aveva spostato il suo occhio scarnificante più oltre, poteva rilassarsi. Che strana cosa la coscienza: non si comportava come un muratore, che silenzioso aggiunge un mattone dopo l’altro, fino a che la pazienza lo premia e gli fa trovare l’impalcatura di un palazzo dove c’era solamente la fossa di un cantiere. No, era più come un rettile, che ciclicamente cambia la sua pelle, sviscerando da quella vecchia un essere completamente nuovo. Questa immagine ebbe in lui il potere di sedarlo. In effetti proprio in questa discontinuità poteva ravvisare un barlume di continuità con tutte le stagioni della sua esistenza. Esse erano ancora lì, come mute essiccate, reliquie di un passato che le aveva vedute come armature necessarie, mentre ora la sua carne procedeva verso un nuovo orizzonte. L’ultimo, sicuramente.