Mia madre l’Oca

Come tu guardi le cose, io sono lì, vibro nell’istante, sono fatto di occhi…

Tu fai le cose che guardi. con travolgente tenerezza Guardami ancora Guardami Ora

Loro non sanno del tuo sguardo (come potrebbero?)

E io resto qui solo con un sigillo sul mio cuore segreto

Scendi giù ancora più giù ancora una volta oltre il limite oltre la memoria…

giù, giù fino in fondo ove il ricordo è dolore

nel travaglio che fa dense le cose

Chi ero… chi lo ricorderà?

E allora quando davvero non puoi andare oltre

il dolore è insostenibile

vai ancora un passo avanti

un solo passo ancora un respiro

spingiti oltre verso occhi innocenti che sappiano guardare come tu mi hai guardato

oltre quella soglia dove il respiro appanna i cieli

le lacrime si spengono nelle fucine delle stelle

e diventano diamanti, dove le anime tornano carne e sangue, e i bambini giocano con i lupi.

Ti ricordi?

Il fondo dell’essere,

il fondo delle cose.

il fondo del fondo è dentro un abbraccio

C’è un luogo dove tutto può essere nuovo di nuovo

e dove tutto ancora una volta può accadere.

L’innocenza dietro una colpa.

Dio dietro ad una risata di bimba

la Bellezza in un affanno.

Non cercarmi tra le foglie morte,

sono nella vita.

Ora sì.

L’Urto

Da LE STRABILIANTI AVVENTURE DI MAINIENTE, STRAPPO SOFFICE A 4 VELI.

Le certezze che aveva rischiavano di polverizzarsi sotto l’urto di una coscienza più radicale. Ricordava che in gioventù aveva temuto l’esperienza del macero come la fine di ogni cosa. Ciò che provava adesso era differente. Si trovava davanti a un ponte, la cui campata era così estesa, la gittata talmente fuori portata, da lasciare in una nebbia ovattata l’altro versante. Quanto era stato così sciocco, anzi, a presumere di vedere. Non aveva paura di morire, ma si domandava se non avesse avuto, da sempre, troppa paura per vivere. Ecco, forse si stava avvicinando. Tutto ciò che aveva chiamato “mondo” fino ad allora, si rivelava infine solo una rappresentazione semplificata di ciò che vedeva adesso. Forse, ora che il tornado aveva spostato il suo occhio scarnificante più oltre, poteva rilassarsi. Che strana cosa la coscienza: non si comportava come un muratore, che silenzioso aggiunge un mattone dopo l’altro, fino a che la pazienza lo premia e gli fa trovare l’impalcatura di un palazzo dove c’era solamente la fossa di un cantiere. No, era più come un rettile, che ciclicamente cambia la sua pelle, sviscerando da quella vecchia un essere completamente nuovo. Questa immagine ebbe in lui il potere di sedarlo. In effetti proprio in questa discontinuità poteva ravvisare un barlume di continuità con tutte le stagioni della sua esistenza. Esse erano ancora lì, come mute essiccate, reliquie di un passato che le aveva vedute come armature necessarie, mentre ora la sua carne procedeva verso un nuovo orizzonte. L’ultimo, sicuramente.