Lettera ad un insegnante

Ma, caro M., perché quelle di Confindustria sarebbe una “intrusione indebita”? Te lo domando con la stima che non ti ho mai negato. Qualche anno fa ho avuta una breve, ed estemporanea, esperienza di giornalismo, e tra le varie cose di cui mi sono occupato c’era anche la scuola. Mi è capitato di interagire anche con Confindustria, e mi è parso di trovare un punto di osservazione molto “avanzato”; ad esempio vi ho trovato un osservatorio degli altri paesi estremamente istruttivo. Perché tu parli, con amarezza, della senescenza che avviluppa la scuola. Ma da dove viene, se non proprio dall’avere da eoni rifiutato ogni forma di confronto con ciò che le sta fuori, e persino – eccetto occasioni come queste – al proprio interno? Non sono ottimista. Non credo che il “brain storming” sia in grado, da solo, di salvare l’universo scolastico, ma la sua assenza congenita, ne decreta l’irreversibile morte cerebrale. Proprio nel luogo dove le menti dovrebbero spalancarsi.

Nel bellissimo film “The Wave, l’Onda”, efficace analisi delle dinamiche psicologiche che possono portare ai totalitarismi (ripresa dell’esperimento del californiano La Terza Onda, del 1967), viene inoltre descritta quella che dovrebbe essere la scuola tedesca, ritengo al di là di uno stereotipo filmico. E ogni volta che vedo una scuola con le “settimane a tema”, con gli studenti che si iscrivono autonomamente ai corsi, un plesso scolastico che vive anche il pomeriggio, la piscina e i tornei di pallanuoto, i corsi di teatro, nonché il giornalino con una redazione composta esclusivamente da ragazzi, ti confesso mi prende una invidia… Se qualcuno mi svelasse la ricetta per far diventare la scuola così, foss’anche dovere indossare tutti quanti una pettorina della Coca Cola, metterei la firma anche adesso.

Perché noi potremmo anche essere senescenti ma a farne le spese, ben oltre le nostre intenzioni o le eventuali negligenze, sono appunto i ragazzi.

Michel Foucault (se non provenisse da cotanto autore non mi permetterei mai di imboccare un argomento così spinoso), in Sorvegliare e Punire, descrive la filiazione della scuola moderna dal regime carcerario. Il paradigma che consente alla istituzione scolastica di funzionare, o perlomeno di restare in piedi, è da sempre quello dell’Obbligo scolastico. Esiste un immaginario, ancora largamente saccheggiato, che ne descrive la mission attraverso i mitologemi dei carusi, la ruota degli esposti, i minori costretti a lavorare nei campi, e della scuola che li sottrarrebbe magicamente a un destino fatalmente infelice. Poco importa che la società non sia più – per fortuna – quella di De Amicis e della piccola vedetta lombarda. Non interessa neppure che la sfida contro l’analfabetismo sia stata vinta da decenni.
La “segregazione temporanea” cui sottendono milioni di adolescenti nelle nostre aule tiene incandescente la caldaia di un’istituzione refrattaria a ogni forma di cambiamento, dove chi entra dal portone dei più piccoli si prepara a una carriera di piccole (e talvolta grandi) vessazioni, mentre chi vi entra dalla parte degli adulti non dovrà mai, eccetto che a se stessi, documentare la rettitudine della propria condotta.

Caro M., non sono uno sciocco, e poiché sto inoltrando questa mia articolata riflessione a te, e altre decine di insegnanti, so di poter urtare qualche sensibilità. E me ne dispiacerei, perché ti svelo un segreto: se c’è una ragione per cui negli anni ho mantenuto, come sede principale, il Bottoni – pur abitando distante – è non solo perché, genericamente, mi trovo bene, ma perché ho motivo di stimare gli insegnanti che vi ho trovato. La quantità di persone che vivono la propria professione con uno spirito di abnegazione ammirevole – non è una captatio benevolentiae – è molto elevata. Perciò la mia osservazione vale, se vale, per il sistema in quanto tale.

Noi ci aspettiamo che i nostri studenti si comportino educatamente, che rispettino le regole, tuttavia la premessa taciuta è che, se si trovano in quel luogo, non l’hanno potuto scegliere. E questa fa tutta la differenza del mondo. Da ciò discendono i comportamenti antagonistici, il risentimento, oppure – che forse è peggio – il profilo di quegli studenti esageratamente accondiscendenti che coincide mestamente con le descrizioni della sindrome di Stoccolma.

Ogni esperienza educativa dovrebbe nascere dall’incontro – non lo scontro – tra libertà, consensi non estorti, autorevolezze riconosciute e mai imposte dal risultato remoto di un concorso.

Dico una banalità: qual è la differenza tra una mensa scolastica e un ristorante? Nel secondo tendenzialmente si mangia bene (altrimenti gli avventori non tornano), nella prima invece tradizionalmente molto male, poiché lì gli avventori sono dei “reclusi”, e i cuochi hanno smesso da anni di voler sperimentare nuove ricette. Anche essi sono senescenti… Una volta ho intervistato Michele Carruba, un nutrizionista di caratura internazionale, a quel tempo presidente della famigerata Milano Ristorazioni. Mi fece un’ottima impressione. Descrisse la cura che aveva perché i bambini ogni giorno ricevessero cose sane, equilibrate, nutrizionalmente corrette, ecc. Tuttavia mentre parlava sentivo mancasse qualcosa. Poi improvvisamente (tardi, purtroppo, per l’intervista) mi balzò agli occhi una parola: il gusto! Anche quel valente nutrizionista dimenticava le papille dei fruitori del servizio. Non servono se una parte del “patto ristorativo” è costretta a mangiare qualsiasi cosa gli venga somministrata.

Caro M., non sono nessuno. Solo un insegnante di religione (ovvero un paria della scuola), piuttosto pigro e indolente, e le mie opinioni per fortuna non contano nulla. Non sono un politico, né tantomeno un opinion leader. Ma dal poco che sono ti confesso che se avessi il potere per rovesciare, anche un minimo, quella clessidra, lo userei. Se potessi stabilire che la scuola debba ruotare intorno agli studenti – non in modo simmetrico, ma la similitudine con il customer care, non mi scandalizza affatto -, e non alla certezza del posto degli adulti. Se potessi fare in modo di sollecitare uno spirito competitivo, tra insegnanti e insegnanti, scuole e scuole, istituti privati e statali (allarme spoiler: così come non mi riconosco nell’attualismo gentiliano, o nel credo di Evola, ciò che sto per dire non è una apologia della scuola privata/scuola cattolica dir si voglia. Sono in favore di una parità scolastica che muova, per quanto possibile, le acque stagnanti, inserendo i suddetti meccanismi competitivi. E se per ottenerla fosse necessario superare il tradizionale monopolio italiano delle scuole private cattoliche, firmerei all’istante la chiusura degli istituti dei gesuiti, carmelitane et similia).

Com’è possibile che un’istituzione depositaria di finalità educative lasci che l’eventuale insuccesso sulle spalle meno attrezzate per sostenerlo? Un po’ come se un ospedale registrasse un tasso di decessi anomalo, e si limitasse a scrollare le spalle, stabilendo che “la colpa” sia dei pazienti che non si sono attenuti a posologia e terapie.

Ecco il dramma, a mio avviso, della scuola: è una istituzione avviluppata su se stessa, una bestia ferita pronta a scattare contro chiunque allunghi la mano sulle sue piaghe. Sono venti anni che sento mormorare contro “i tagli alla scuola”, ma non ho mai sentito un dibattito serio su come quei soldi vengano investiti: il criterio è la proliferazione dei posti per gli adulti, o la sperimentazione di novità didattiche idonee a che nessuno finisca nella cloaca degli istituti professionali (dove ho visto cose raccapriccianti)? Nuovi fondi, che tutti auspichiamo, dove finirebbero: aumentare il numero di commessi per piano, oppure creare davvero una scuola “smart” in grado di intercettare bisogni più profondi?

Ci incazziamo perché prendiamo una miseria – non io, per carità. Ogni volta che mi notificano il versamento dello stipendio, avverto una fitta al costato -, ed è ovviamente vero. Ma per avere retribuzioni confacenti, forse si dovrebbe rivedere dalle fondamenta il criterio con cui sono state erogate, invece che confermare l’atavica resistenza a ogni cambiamento.

Ecco perché sono così favorevole alla digitalizzazione della didattica. Non solo perché potrebbe esserne implementata esponenzialmente – in un articolo devo avere scritto che ‘insegnare geografia senza Google Earth è come insegnare il nuoto senza una piscina’ – ma perché nel laghetto dove le cose non si muovono, anche scagliare un piccolo sasso può fare la differenza.

Caro M., concludo la mia sperequazione, sperando di non avere offeso né te, né qualcuno dei colleghi che autolesionisticamente si fossero avventurati in questa lettura, poi tornerò a indossare il mio low-profile che mi ha consentito finora di tirare a campare, ma ti segnalo che questo dibattito mi sta davvero a cuore.

Con rinnovata stima.

c.

Prima che venga la Neve

Prima che venga marzo,

quando le primule sollevano il capo,

e si slanciano verso il cuore di Dio.

Prima che Cielo si affolli

delle schiene di nubi,

e che la pioggia tiepida

ci sorprenda tra i campi.

Corriamo insieme,

nascondiamoci sotto la tettoia,

lasciamo che il cielo si scordi di noi,

mentre noi, noi no,

non ci dimenticheremo di lui.

Tu vieni, in fretta,

prima ancora che Primavera

ti aspetto laggiù

appoggiato al castagno,

le cui radici sono fonde,

più profonde della distanza,

più ostinate del tempo.

Quando verrai,

farai un passo,

e ricorderai.

 


Vieni, prima che gli aironi rossi,

scintille solenni,

dal canneto si sollevino

e scolpiscano il dolente corteo

nell’orizzonte mattone.

Ritorna, presto

prima che il sole cuocia le zolle riarse,

mentre il seme,

viene custodito nel grembo

[della terra sapiente,]

e attende sia Tempo,

che al germoglio sia dato il respiro,

e Vita concessa alla vita.

Vieni prima di Estate,

e mi troverai laggiù

sotto le vigne bruciate,

tra il profumo degli aranci,

e gli effluvi del pesco.

Quando arriverai,

farai un passo,

e saprai.

 


Ancora vieni,

prima che foglie cadranno,

calpestate e riverse

prima che il fango accarezzi

le cose, e il vento scompigli

le righe tra i campi.

Vieni, dunque

avanti l’autunno

quando il sole reclina,

e la guazza ricopre

i rami d’argento,

e la bruma si fonde

con il cielo d’amianto.

Ti aspetto là,

dove Tempesta si placa

sotto il frassino giallo.

Quando verrai,

farai un passo,

e piangerai.

 


Vieni, Amore

prima che venga la neve, e ricopra

col lenzuolo del tempo

ogni ciglia

ogni labbra che prega,

ogni lacrima asciuga

la pallida terra.

Vieni presto,

prima che inverno

congeli il ricordo

e ricopra col guanto di brina,

le mie vene celesti.

Vieni prima che sia

nuovamente l’Aurora.

Ti aspetto quassù,

da sempre

[per sempre]

sotto il cipresso,

Tu verrai,

farai un passo,

e perdonerai.

 

Da “Le forze di Van der Waals”

Ecco qual è – io credo – il dramma, il sopruso segreto di ogni famiglia, non essersi potuti scegliere, biascicare passi dentro al cortile della medesima prigione, calpestarsi reciprocamente nel nome di un bene sussistente nelle intenzioni e assai raramente nelle azioni. Tutti sequestratori e tutti sequestrati, senza capire perché. Si finisce per colorare le convivenze con le tinte della recriminazione, ammorbarle col tanfo del rimpianto. Non è la mancanza di amore, non in senso di assoluto. Talvolta si smette di amare, proprio perché le persone si lacerano tra la contraddizione del dovere e l’avvilimento del non poter non potere. L’amore, qualsiasi amore, richiede accessi differenti, percorsi segreti, sentieri pallidi accennati nel plenilunio, semafori imprevedibilmente verdi, cui nessun matrimonio, nessuna paternità o discendenza, consente di accedere per diritto naturale. Tanto meno ogni forma di coabitazione. Questa, anzi, nel migliore dei casi mette duramente a prova la vita del bocciolo, soffocandolo quasi sempre prima che diventi arbusto. La maggior parte delle famiglie che ho conosciuto nella mia vita era costituita da grovigli di libertà, attorcigliate come i fili elettrici intorno a una ciabatta, serrate nel bisogno, odiate a causa del bisogno.

Oh non intendo misconoscere l’utilità dei legami familiari. Servono eccome. Troppo. Riempiono buchi meno sostenibili dello spazio vuoto che si apre nella mancanza, voragini alla fine meno gestibili dello stucco con cui vengono imbottite. Vuoti di esistenza, di insignificanza, di rimpianto e dolore… Ma sono invariabilmente conteggi sanguinosi.

Quando la terra trema

La distinzione era fissata una volta per tutte. Immodificabile. Esiste il male morale – dal latino mores, comportamento – e quello metafisico, non imputabile a un agente umano. Primo anno di università – filosofia ovviamente -, primi passi, primi mattoni con cui edificare il proprio edificio speculativo, e dubbi (a discapito dei proclami) davvero pochi. Una cosa sono gli omicidi, le stragi, gli stupri, le azioni esecrabili, la manipolazione e la truffa, dove un colpevole lo si individua, un’altra sono quei processi che esulano dal controllo umano, e che quindi sono imprevedibili, imponderabili, e che se proprio si volesse trovare un imputato, i detective lo dovrebbero cercare tra gli operatori delle meccaniche celesti. I popoli cosiddetti pagani, quelli per intenderci che agli albori della civiltà sguazzavano al di fuori del bacino delle epifanie bibliche, non avevano riscontrato particolari problemi, stabilendo la natura ambivalente tra gli appartenenti al proprio stesso pantheon. Essi, proprio come gli elementi naturali al cui governo erano deputati, possedevano l’ambivalenza per cui un medesimo soggetto portava oggi messi rigogliose e domani alluvioni.

Noi no. Ovviamente no. La filosofia occidentale – qui intesa anche nella sua variante più prosaica – è figlia delle diverse alleanze poste dall’Unico Dio, buono e fedele, cementate sul piano speculativo dal matrimonio con la metafisica di Platone e Aristotele. Nella Genesi viene detto a chiare lettere. Ogni volta che il Pantocratore compie uno dei propri gesti, dedica un secondo momento, “riflessivo”, e si volta a valutare la portata di quanto compiuto. L’esito è sempre lo stesso:

E Dio vide che era cosa buona.” [Gn. 1-10]

Ogni cosa è intrinsecamente buona, per il fatto stesso di essere, come poi conferma la filosofia scolastica con i predicati trascendentali. Da qui l’ottimismo ontologico che ha consentito nel corso dei secoli di avvicinare la natura senza timore dei sortilegi e incantesimi che si sarebbero potuti celare dietro i larici e le betulle, di osservarla con ludibrio scientifico, e alla fine di assoggettarla ai propri scopi, più o meno leciti. Perché oltre che buona negli anni della industrializzazione la natura deve essere sembrata molto utile e anche un po’ cretina.

Ma è davvero così buona la realtà? Perché, infatti, ci sono i terremoti. Ad esempio quello del 1755 di Lisbona, scrutato da osservatore esterno (e indiretto) da Voltaire, il quale davanti alla macerie, non poteva che abbandonare gli aspetti più “Candidi” della propria coscienza, e lasciarsi alle spalle il cattivo maestro del pensiero antecedente – nello specifico rappresentato da Pangloss / Leibniz-. Andasse pure a impiccarsi lui, la Monadologia e “il migliore dei mondi possibili.” Perché un terremoto non può essere una cosa buona. Come dargli torto?

La metafisica occidentale ha infatti trovato un sistema per collocare il male metafisico, attraverso uno stratagemma remoto – la colpa è la caduta di Adamo – e uno più prossimo, ovvero la dilatazione immaginaria dal catino degli avvenimenti, attraverso una sorta di protesi invisibile: “Esiste una ragione misteriosa per cui accadono queste cose.”

Ecco la ragione misteriosa dei terremoti nessuno – eccetto Dio – la può vedere, e di conseguenza ne può fruire. Ma si gode quantomeno della consolazione che ne deriva. Tuttavia se questo espediente ha creato un mainstream ufficiale, cui apparentemente ognuno dei soggetti coinvolti si adegua, allo stesso tempo produce delle tossine inconsce – lì dove le spiegazioni ufficiali diventano molto meno efficaci – e, come nel caso dei terremoti che hanno colpito le regioni italiane negli ultimi anni, si aprono contemporaneamente commissioni e controcommissioni lanciate nella forsennata caccia ai colpevoli dei terremoti, tutte quante guidate dalla convinzione apodittica che un colpevole ci debba necessariamente essere. Non si tratta dell’individuazione delle (eventuali) responsabilità delle amministrazioni, delle corruttele con i costruttori, della individuazione di responsabilità politiche o penali – le quali, specialmente in aree sismicamente sensibili, e dove gli amministratori integerrimi potrebbero essere in numero inferiore di quanto auspicabile, sarebbe vantaggioso fossero indagate prima dei terremoti -, ma della ricerca di un capro espiatorio la cui esistenza rappresenta un mitologema necessario. E’ più facile elaborare, sia pure in modo superficiale, un dolore, se si riesce a trasmutarlo nell’odio per qualcuno. Il pantheon monolitico del moderno uomo occidentale, la confidenza esasperata nell’arbitro dei popoli che impone la trasformazione delle spade in vomeri e delle lance in falci [Is. 2,4], lo lascia improvvisamente sguarnito quando deve confrontarsi con la furia degli elementi, dove invece le spade e le lance tornerebbero utili. E la conseguenza remota è che gli aratri e le falci della giustizia, vengono impropriamente utilizzate nella ricerca dell’infame, con toni facilmente giustizialisti. Ribadiamo: non si tratta di rinunciare a individuare le responsabilità di quell’amministratore, o quell’imprenditore, ma stabilire che esiste un processo psichico – un trend paranoico – che porta ad affibbiare agli uomini le responsabilità degli dèi. Il tutto pur di preservare l’integrità metafisica del vascello dove siamo cresciuti, indipendentemente da quanti buchi e falle si vedano nella chiglia.

Ma perché i terremoti sconvolgono talmente tanto?

Certo la conta dei morti, le immagini degli edifici crollati, con i volontari a sollevare lastroni a mani nude, alla ricerca della voce flebile d’un sopravvissuto, rappresenta qualcosa di indicibilmente penoso. Ma non è tutto lì: i terremoti sconvolgono ben oltre la mera elencazione delle vittime, al punto che la percezione collettiva dell’evento salda invisibilmente i 16.000 morti del sisma di Sendai, marzo 2011, con le 27 vittime in Emilia Romagna dell’anno successivo. Ventisette sono sempre ventisette di troppo, e non vorremmo vedere travisate le nostre parole come una mancanza di rispetto, ma proprio perché non esistono morti di serie B, rileviamo che ogni settimana – dati ISTAT – perdono la vita circa sessanta persone sulle strade e autostrade, senza che il mondo circostante praticamente se ne accorga. Chi scrive è convinto che i terremoti vadano a toccare leve più profonde del nostro essere e siano eventi archetipici. Ma vogliamo usare un’altra metafora. Nella società contemporanea ha assunto grande rilevanza il disturbo borderline della personalità. Chi ne è affetto vive una propensione schizoide nelle relazioni e una esiziale insicurezza in ogni campo. L’origine sarebbe da ricercare – senza voler cadere nello stereotipo – in un frangente del passato in cui il bambino si sia sentito improvvisamente abbandonato, magari nell’atto di allontanarsi per scoprire il mondo, e non abbia percepito l’adulto come complice e tutelante. Insomma, secondo questa lettura, il disturbo borderline sarebbe originato dalla recriminazione tu non c’eri, che il bambino continua a rivolgere all’adulto, persino quando gli scenari sono inevitabilmente mutati. Ci è tornata in mente questa immagine quando, alcuni anni fa, durante una trasmissione radiofonica un abitante de L’Aquila in seguito al terremoto, telefonò per raccontare la sua esperienza. L’uomo era tra gli sfollati, che abitavano in quelle prime settimane nelle tendopoli allestite. Alla domanda se la sua casa fosse crollata rispose di no. Allora il giornalista in studio gli domandò se fosse stata lesionata. Rispose ancora di no. Alla terza domanda, ovvero perché non tornasse in una casa perfettamente agibile, l’aquilano rispose, con una punta di fastidio, che non voleva, e che non era neanche rientrato per “prendere le cose”, perché in quella casa non ci avrebbe rimesso mai più piede.

Quell’uomo si sentiva tradito. Il patto originario tra la terra (madre) e il figlio – io ci sarò sempre per te – era stato profanato, e la fiducia non sarebbe stata mai più possibile. Non, quantomeno, nella sua forma più ingenua. Nei terremoti la terra si apre, cambia forma, e dove c’era il paesaggio di una placida collinetta ora ci sono solo ferite e macerie. Non solo la Madre muore, ma diventa una strega.

Il terrore dei terremoti consta proprio nel veder prendere corpo dei peggiori fantasmi lì dove avremmo voluto vedere solo lenzuola stese al sole. Il vero dramma non è ciò che accade, ma la mancanza di un engramma che consenta di categorizzare ciò che avviene. Non soffriamo (soltanto) perché i terremoti avvengono, ma perché sono inconcepibili. I terremoti sono la vittoria provvisoria dell’entropia contro ogni ordine costituito.

E posto che noi occidentali abbiamo da secoli abbracciato una visione escatologica del tempo, abbandonandone una ciclica, ci impediamo in questo modo di vedere l’ambivalenza del simbolo: la madre era la strega, e la strega era la madre. Cambiano solo i momenti del ciclo.

Come Kali che nel pantheon Indù con le sue fruste, le cinture di teschi, altro non è che il momento distruttivo dell’unica Devi, depositaria del segreto della vita.

Ma questa è tutta un’altra storia, una storia che noi, purtroppo, non ascolteremo mai.

FerroAgosto

Sotto un alito d’estate,
l’ora che vibra, si agita e che freme
il tuo vento nuovo spira
è questo il tempo che ancora viene

Miei ricordi, lampi crudi e immacolati
mie le nenie sussurrate
da un colosso di salgemma
[posto a guardia]
di memorie incastonate

Mai più onde, né mai cerchi nella sabbia
dal momento in cui fu chiaro
quant’io fossi un sopravvissuto
e tu, Amore, l’impossibile mio faro

Mia la terra, mia magione, mia battaglia
tabernacolo ed altare
non avrò più mai altro
cui dovermi riscattare

Sotto un alito d’estate,
sangue di rosa, affonda pure le tue spine
ora il Cielo è testimone
io ti amerò solo fino alla fine

Il grande Amok che si allunga sull’Europa

Francis Fukuyama mica se lo immaginava. Nel 1992, dopo la conclusione dei decenni isterici di guerra fredda, scrisse che la storia si era alla fine conclusa. E che la tenzone tra il Patto di Varsavia e l’antagonista atlantico aveva visto prevalere, manco a farlo apposta, i secondi, ritenendo che il modello di economia e di società statunitense fosse la migliore possibile. Del resto, se lo era stata per lui, perché non estendere il paradigma a tutto il globo? I valori della costituzione americana erano in grado di sintetizzare e superare tutte le “vecchie” escatologie, e superare il traguardo sotto lo sguardo sfinito degli avversari.
Poi sono successe delle cose…
Intanto l’11 settembre (ne abbiamo già scritto), ma non solo.
Sulla scorta dell’ottimismo autoreferenziale dell’economista nippo-americano l’America si è collocata sullo scranno di giudice e sceriffo planetario, cercando in quella posizione di trasformare il mondo sulla scorta dei propri valori e riferimenti. Tuttavia non aveva fatto i conti con un altro filosofo, per giunta suo compatriota, Thomas Kuhn che ne “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” avrebbe messo in guardia sufficientemente le persone soggette a quegli ardori, poiché ogni successione da un paradigma a un altro, avviene solo attraverso modifiche più radicali e profonde di quanto non si volesse. E che la storia stessa è stata disegnata a colpi di discontinuità, e non il contrario. E che (per usare una parafrasi) facilmente i terremoti tirano giù le città, anziché abbellirne i quartieri.
E’ passato quasi un quarto di secolo da quella visione, che doveva rivelarsi drammaticamente fuorviante, mentre Washington e Hollywood hanno provato con le buone – e più facilmente con le cattive – a esportare democrazia, a trasformare le scuole coraniche in pruriginosi college e i burqa in succinti bikini indossati da prosperose adolescenti presso gli autolavaggi. Ma non è andata così. La pericolosa e ingenua baldanza di un popolo ipermilitarizzato, coinvolto in tutti i conflitti senza tuttavia averne mai registrato lo sfregio sul proprio territorio, ha portato a una eterogenesi dei fini e risultati profondamente diversi da quelli attesi. Troppo facile osservare adesso come il fondamentalismo islamico sia stato attizzato proprio dai fiumi di Coca-Cola e retorica rovesciati per soffocarlo, e che le larghe elargizioni a paesi “amici” – per esempio la monarchia Wahabita – siano stati utilizzati per obiettivi assai differenti da quelli auspicati. Ma non è questo il punto che ci interessa di più. Perché i tragici fatti di queste ultime settimane vanno ben oltre ai radar persino delle sociologie emergenziali. Ancora i media nostrani ci impasticcavano con i nuovi lemmi – Isis, Daesh, foreign-fighters –, che abbiamo dovuto constatare che il terrore poteva assumere un volto ancora differente, più privato e per questo, ancora più inquietante. Ancora i politologi non avevano dismesso i microfoni dal bavero della giacca, che gli episodi di Nizza e Monaco di Baviera hanno trasformato l’immaginario in cui ascriversi. Un centinaio di morti, schiacciati sotto i pneumatici di un camion, oppure ragazzini che consumavano un happy meal raccontandosi bravate al tavolo di un fast food, per scoprire che “il nemico” può celarsi sotto vesti cangianti rispetto a quelle appena additate dal clima di dilagante sospetto. Più facile il compito di quei giornalisti, bravi a coniare neologismi, di chi tenta di comprendere cosa si muove nel profondo dei popoli. Ed ecco comparire i “lupi solitari”, che si ottiene mescolando due dita di corano, una dose robusta di depressione, e una spruzzata di pauperismo, un vero evergreen per circostanze analoghe. Ma non si azzecca praticamente mai, perché questi fenomeni sono frutti di una contemporaneità più recente dei manuali usati per descriverla. Per quanti strati di intonaco i media potranno scrostare, non arriveremo mai a saperne abbastanza di Ali Sonboly e Mohamed Bouhlel (e Mada Kabobo, che però il suo tour sanguinario, piccone in mano, lo fece in tempi meno sospetti), così distanti eppure così simili. Perché in comune possiamo ravvisare le nuove forme di disgregazione della società occidentale – quella profetizzata da Fukuyama – dove le interazioni tra uguale e diverso, povero e ricco, i nuovi modelli di scambio tra integrazione e disintegrazione, normalità e patologia, si collocano sulle sponde di una terra ancora inesplorata. Gli schemi triti e ritriti della lotta di classe, l’ombra di questa proiettata sugli equilibri internazionali, il post-colonialismo, si rivelano profondamente inadeguati, cosicché le suddette tragedie restano, davanti all’obiettivo, restano sfocate.
Ma forse potrebbe essere proprio questo il problema, l’ostinata cerebralità del tipo umano cui facciamo parte, il dovere trovare a tutti i costi una ragion sufficiente, il morboso accanimento che ci impedisce di lasciare che le cose semplicemente siano, e ci possano essere solo in funzione di qualcosa d’altro. Come il bullismo, la povertà, la depressione o la mancata accettazione di qualcosa, vengono invocati di continuo nella proliferazione disordinata delle motivazioni, escludendo a priori che proprio questa attitudine possa agire come concausa. Declamare a gran voce i processi di esclusione sociale come l’humus dove determinate situazioni si vengono a verificare, non aiuta a capire – a nostro avviso – la partenogenesi dove quei meccanismo ha infettato noi molto prima dell’occasionale serial killer. Noi abbiamo creato i contenitori sociali, gli scenari della narrazione collettiva, la standardizzazione dei perimetri di normalità, la razionalizzazione del nostro vivere, affannandoci per “restare dentro” ai flussi di inclusione, per indignarci poi della follia di quelli rimasti fuori. Ma isterico è l’intero meccanismo e non solo le sue conseguenze più tragiche. Non è detto che si debba vivere come viviamo noi, e che sia destinato a una pericolosa frustrazione chi dovesse adattarsi a un’altra modalità. Paradossalmente la follia che ha infettato Ali Sonboly e Mohamed Bouhlel, non è particolarmente diversa da quella che deprecano le loro gesta leggendo un giornale. Semplicemente noi abbiamo avuto la fortuna non di nascere dalla parte fortunata della barricata, ma di avere avuto migliori risorse di contenimento del medesimo malessere.
La follia omicida è sempre esistita – qualche intelligente commentatore straniero ha citato l’Amok malese – ma ciò a cui assistiamo inermi oggi è, a nostro avviso, una forma nuova, più articolata e complessa, generata sulla cicatrice di fenomeni più complessi di quelli normalmente considerati. Dinamiche individuali e collettive, psicologiche e non, nelle quali la marginalità sociale è la miccia. L’ordigno è altrove.

Scritto di getto e non riletto.

Normalità

Da “Il giorno in cui mia madre distrusse l’Universo”.

Quando veniva il sabato il signor Uguale emergeva come un sub stremato dalla fase REM sempre alle seie22 – non occorreva nemmeno la sveglia – ma restava lì a rimuginare al buio per un paio d’ore. Prima delle nove si alzava e indossava una vestaglia di seta cinese con motivi floreali blu e argento – dai colori non troppo passiti che gli avrebbe messo tristezza, ma nemmeno troppo accesi che non era il caso – e beveva il suo caffè mezzo dolce in cucina, dove la signora Uguale combatteva coi fornelli da ore. Eccetto che per frasi di circostanza, hai dormito?, sì abbastanza bene grazie, cosa stai preparando?, il pranzo, i due si ignoravano. Poi sbocconcellando una galletta usciva in veranda. E si guardava intorno. Vedeva case uguali alla sua, dove uomini come lui stavano fuggendo in veranda dagli odori della cucina, troppo aggressivi. Probabilmente indossavano una vestaglia come la sua, e come lui stavano pensando a niente. Poi tutti quegli uomini, identici a lui, si sarebbero accomodati su una sedia con lo schienale di paglia, oppure di plastica bianca, e avrebbero cominciato a leggere il giornale lasciato qualche ora prima da un ragazzo sottopagato. La confidenza per l’esistenza di questa comunità invisibile, eppur molto presente nella vita del signor Uguale, conferiva in lui un senso di appartenenza che aveva i suoi codici non dichiarati, i propri riti non manifesti e le sue regole non scritte. Regole eppure ferree, perché il monitoraggio di cui si sentiva fatto oggetto, gli faceva comprendere che solo il rispetto dei rigidi canoni attraverso i quali si snodava il fluire delle loro esistenze consentiva di fruire di una serie di innegabili vantaggi. Sentiva nitidamente che tutti gli uomini, che come lui, con una vestaglia poco appariscente, quelli che stavano sedendosi sulla sedia di vimini per leggere il giornale, e quelli con le mani sporche di grasso affaccendati nell’inutile manutenzione della macchina, ancorché le mogli che, come la signora Uguale, facevano sfrigolare oggetti misteriosi nelle casseruole bisunte di tutte quelle cucine, ebbene costoro erano lì per lui. Essi partecipavano al racconto collettivo della cui ripetizione abbisognava più di qualsiasi altra cosa. Ogni oggetto assumeva una forma, un colore e una verosimiglianza solo perchéin quanto veniva ripetuta nelle rappresentazioni, nei gesti, nelle ambizioni e persino nelle frustrazioni di quel consorzio. Cos’era per esempio “il lavoro”? Era quella determinata cosa nella quale aveva bisogno di consolidarsi in una fede certa che lo facesse alzare tutte le mattine – alle seie22 – solo in quanto era così tutte per le altre persone. Oppure “la famiglia” era quella risorsa imprescindibile a cui attingere di continuo giusto perché lo era analogamente per tutte le famiglie che conosceva; e altrettanto era per i ricordi dell’anno di leva, la perniciosa coltivazione di un hobby, la passione per uno squadra o il congelatore che ininterrottamente rilasciava cubetti di ghiaccio, incardinato nella spessa parete del cucinino. Ogni cosa poteva consistere e avere una collocazione solo in quanto una molteplicità di interlocutori ne attestavano la dimensione collettiva, che non ammetteva falle. Il signor Uguale comprendeva bene cosa fosse ciò che dipendeva dall’adesione al rito. La posta in gioco era altissima; non era semplicemente “cosa” la realtà fosse, ma la possibilità stessa che questa potesse sussistere. La realtà, tanto quella personale quanto quella collettiva, poteva avere una forma razionale e riconoscibile a condizione che tutti gli adepti società perseverassero nella ripetizione del racconto. Nessuna deroga. Nessuna eccezione. Nessun vuoto poteva essere consentito, poiché anche una piccola crepa nell’impalcatura di una diga determina presto o tardi la tracimazione del suo devastante contenuto nella valle sottostante. Se in una rappresentazione teatrale, uno solo degli attori comincia a incespicare, a dimenticare le battute, è lo spettacolo intero a perdere di valore. Non esisteva un tutto che prescindesse dalle parti. Se qualcuno avesse punto a capo messo fine al proprio contributo alla messinscena che con il levar del sole poteva ricominciare, allora sarebbe stata la realtà medesima a rovesciarsi nell’assurdo e nell’incomprensibile. In quel momento i fantasmi più spaventosi avrebbero rivendicato un corpo e si sarebbero presentati a chieder conto di come li si fosse potuti recintare nell’oblio. La vita si sarebbe trasformata nel peggiore degli incubi, e l’esistenza di ogni cosa sarebbe stata trascinata nelle orbite vacue del nulla. Certo, la pantomima prevedeva un livello di plausibilità con cui occultare il congegno, poiché se la sutura fosse stata visibile, avrebbe perso la sua efficacia, tanto quanto un prestigiatore che si esibisca mostrando i trucchi necessari per il suo mestiere. Allora ecco che ognuno degli attori sul palcoscenico doveva necessariamente difendere, in fede più che buona, la particolarità delle proprie scelte o quanto fosse il percorso di ognuno irriducibile a quello di chiunque altro. Un trucco questo la cui riuscita era sostenibile solo perché la apparenza delle reciproche individualità, che faceva capolino ovunque nei messaggi della televisione o della pubblicità, quando non consisteva nella identità dei gesti era però blindata nella totale simmetria delle anguste bocce di vetro dove ogni pesciolino rosso poteva nuotare, a suo dire, nella direzione che meglio gli aggradava.

Come va dottore? Eh quest’anno mi sa che non vinciamo nulla. Guardi, se non dormo otto ore per notte divento idrofobo. A parer mio i politici sono tutti uguali: belle parole finché non si fanno eleggere, poi ognuno si fa i fatti propri, punto e basta! Tra un po’ per comprare la benzina dovremo vendere le otturazioni d’oro dei denti.

Ogni persona di quel mondo sapeva sempre quale fosse l’argomento più opportuno da intavolare, quale da evitare. Occorreva solo attenzione e ripetitività. Molta attenzione e molta ripetitività. Le conversazioni avevano questo significato: attivare i processi di riconoscimento reciproco, la presentazione delle parole segrete – che avevano il pregio di non cambiare mai – con cui si consentiva all’altro di superare il muro invisibile eretto in difesa del sacro ordine della normalità, dai costanti tentativi di intrusione dell’eccessivo, del tenebroso, dall’euforia e dalla depressione, da ciò che era spaventoso e ciò che era incontrollabile. Questo l’immane compito delle vestali del fuoco arcano: difendere se stessi e l’Universo dall’invasione di ciò la cui sola esistenza avrebbe potuto distruggere ogni opera fin lì costruita. L’autonarrazione funzionava quasi perfettamente perché, pur non consentendo nessuna defezione, poteva assorbire un certo livello di criticità, anche se solo per un breve lasso di tempo. Che tutti gli attori potessero essere al 100% dell’efficienza richiesta era inconcepibile per qualsiasi recita, così come per questa. Accadeva cioè che, quando qualcuno degli interpreti vivesse una situazione problematica e non fosse in grado di rispondere così come la collettività esigeva, la fitta trama delle relazioni fosse allora in grado di sopperire provvisoriamente a quel buco, e di rattopparlo con un miglioramento delle performance di quelli che si mantenevano risoluti e fedeli al compito assegnato. Si costituiva così una mutuevole forma di assistenza, spesso involontaria, nella quale ognuno si rendeva disponibile a sopperire alle mancanze degli altri, non escludendo la possibilità di essere anch’egli un giorno bisognoso di quell’aiuto. Un po’ come una compagnia teatrale si dispone a una recitazione intuitiva in grado di mimetizzare le amnesie del primo attore, se questo reduce da una serata allegra, non si è ancora ripreso. Quando qualcosa di simile succede gli spettatori escono dal teatro a notte fonda senza essersi neppure accorti del marchingegno. Certo questo poteva accadere solo ed esclusivamente se il danno causato non fosse troppo grande, e se la falla fosse stata riparate in un tempo breve. Altrimenti, tanto nella compagnia teatrale, dove l’attore sarebbe stato rimosso dal suo ruolo, così nel consesso umano dove il signor Uguale abitava l’individuo che avesse perduto aderenza con le aspettative che la comunità aveva riposto su di lui, sarebbe stato dapprima compatito, poi commiserato, emarginato e infine, almeno per quelli più recalcitranti a tornare in asse, sarebbe stato bandito da tutte le relazioni che contavano. Potrà sembrare cinico, ingiusto o poco compassionevole, ma la macchina sociale non avrebbe potuto sopportare emorragie nel proprio seno, e aveva quindi il dovere di espungere dalle reni i calcoli di chi non era riuscito o non aveva voluto conformarsi ai compiti assegnati. Fuori o dentro: era semplice l’alternativa! Quelli fuori ce li aveva ben presente il signor Uguale. Persone che avevano perduto – certo per noncuranza o irresponsabilità – il lavoro o la famiglia, i due pilastri del sistema. Magari entrambe le cose, e vagavano ora ai margini dell’esistenza, divenuti trasparenti per coloro che furono loro amici.

Gli Inklings

Alla fine lo perdonò. O quantomeno se ne fece una ragione. L’avere avuto egli, John Ronald Reuel Tolkien, un così significativo ruolo nella conversione al cristianesimo di una delle menti più brillanti del XX secolo, avere gongolato come ogni buon proselita cristiano per avere radunato al gregge una eccellente pecorella perduta per poi vedersi soffiare da sotto il naso il risultato, non deve averla presa troppo bene. Nonostante il suo impegno, a discapito di una amicizia intensa che legò i due scrittori specialmente durante gli anni ’30 del XX secolo, l’impresa di traghettare Clive Staples Lewis- Jack per il fratello Warnie e i più stretti sodali- dalle sponde ostili dell’ateismo iconoclasta verso i lidi del cattolicesimo romano, si arrestò quando il padre de ‘Le lettere di Berlicche’ non si allontanò dalle rive del Tamigi bagnate dal credo di Enrico VIII. Tutto cominciò ad Oxford, quando i due letterati insegnavano filologia la mattina, e si ritiravano a fumare lunghe boccate di pipa e a bere sorsate di cherry o di birra rigorosamente scura la sera, approfittando di avere un parterre così illustre per leggere i propri componimenti letterari. Attorno ai due si creò un gruppo di gaudenti letterati che prese il nome di Inklings che prosperò fino alle prime sinistre luci dei bombardamenti voluti da Goering su Londra. In questo straordinario circolo le anime blandamente inquiete di Tolkien e Lewis si fecero fecondare da due delle loro opere più importanti, la trilogia de Il Signore degli Anelli per quanto riguarda Tolkien e quella del pianeta silenzioso per Lewis.      
Ma per rappresentare quale incontro vi sia potuto essere tra queste due straordinarie menti del ventesimo secolo, valga l’episodio del 1931, quando una sera di aprile, camminando nell’aria frizzantina del Magdalen’s Park di Oxford, Lewis confidò all’amico John la propria stima, ma anche la disillusione con la quale egli guardava ai temi trattati delle fiabe, definendoli “bugie dorate”. Ma il più maturo autore de Lo Hobbit ribadì che esse non erano affatto bugie, ma “mitopoiesi” ovvero il modo attraverso il quale nei secoli l’uomo si era accostato attraverso l’immaginazione al mondo soprasensibile. Un centinaio di metri più avanti ancora Lewis, roso da qualche tarlo interiore, domandò all’amico cosa lo avesse fatto permanere nel cristianesimo, un’altra bugia dorata; ma lui rispose che in fondo anche quella del nazareno era una mitopoiesi, solo che il narratore era Dio stesso il quale per scrivere il suo racconto aveva usato le pagine della storia umana. Non è dato saperlo con certezza, ma forse fu questa la spintarella finale che portò Jack alla fede nel Risorto, e at last but not at least alla redazione delle Cronache di Narnia e di altre fiabe.  
Con i venti della guerra cessò anche la frequentazione di John e Jack, nonché per Tolkien l’esperienza alla cattedra di filologia ad Oxford. Non la stima e non l’affetto.     
Non cessò neppure l’entusiastica adesione al cristianesimo di Jack Lewis, che continuò con impareggiabile acume e zelo a tenere conferenze nei confini del regno per far conoscere la genuinità della propria fede. Il suo castello di convinzioni era solido, e lo condusse fin verso la fine della sua esperienza di vita, quando negli ultimi anni, con la virulenza di una tempesta che colpisce chi ha vissuto sempre sotto un sole tropicale e si prepara ad un autunno pacato, giunse l’amore per una donna, la poetessa Joy Gresham, che- atea, ebrea, comunista e americana- aveva poco da spartire con le cerimonie per il tè delle cinque, o le gare di canottaggio sulle sponde del Cherwell. Una donna venuta da lontano, ma la cui cifra era già impressa nel destino di Jack, la cui autobiografia si chiama “Surprised by the Joy” (Sorpreso dalla Gioia).
Fu un amore maturo, quasi senile, in cui l’algido accademico oxfordiano ebbe accesso a parti della propria umanità fin lì sottilmente occultate. E sperimentò, ascoso e brutale, cose fosse il dolore quando Joy morì per un tumore alle ossa.
Quello fu il momento in cui la fede di Lewis, tanto faticosamente guadagnata, vacillò. Con la consueta meticolosità registrò anche questa ultima fase della propria esistenza tenendo una penna in mano. E’ di questi anni il suo Diario di un dolore, in cui Jack esplora con l’integrità intellettuale che lo contrassegnò fino alla fine, il sasso amaro della sofferenza, e della apparente perdita di senso della realtà.      
Ma la penna non fu come altre volte il taumaturgo del cuore cui egli abbisognava. E un pomeriggio di tardo autunno, dopo avere salutato Warnie in cucina, salì “per un sonnellino” e non si risvegliò più.       
Morì il 22 novembre 1963, proprio mentre da una libreria di Dallas Lee Oswald sparò il colpo che fece esplodere la testa di Kennedy e a Los Angeles Aldous Huxley chiese per iscritto alla moglie di iniettargli gli 100 milligrammi acido lisergico per superare un’ultima volta da vivo le porte della percezione e della morte, la quale quieta aveva già lambito le sue estremità.

LA TOPOGRAFIA DEL TERRORE

Un altro attentato. Le sirene spiegate, oramai tristemente familiari, le immagini concitate, le foto segnaletiche, la penosa conta delle vittime, le indagini morbose e i sospetti proiettati in ogni direzione. Ciò che sta andando in scena a Bruxelles è un teatrino tristemente conosciuto, con gli esponenti delle istituzioni a berciare lo stesso refrain stonato di sempre. Tutti a tirare il bavero dell’opinione pubblica della propria parte, perché nulla come un attentato può incanalare acque reflue verso il proprio mulino. E’ l’attitudine a lucrare soprattutto sul dolore uno dei momenti più torbidi di ogni guerra. Le vittime finiscono per ingrossare, da vive le brigate vacue di una causa mai realmente voluta, ora validando con il sangue i teoremi di qualcuno cui non importa nulla di loro. Carne da cannone, messa al centro dalle bocche di fuoco dell’Isis da una parte, e quella del cosiddetto “fuoco amico” che vomita palle di carta e piombo dall’altra. Politologi frustrati, carneadi del carrozzone parlamentare, scimmie ammaestrate al soldo dei maître à penser, lubricamente interessati alle fluttuazioni dell’opinione pubblica, agli ascolti e allo share.

Eppure nella difformità (ed enorme prevedibilità) delle valutazioni, qualcosa rimane invisibile, nascosto in piena vista.

Sbirciamo pigramente la cartine della Siria, osserviamo allusivi i confini di Iraq e Iran, alla ricerca della toponomastica del terrore, del luogo da cui provengono le nefandezze che ci spaventano di più. Googliamo il nome di un carnefice affinché la nostra necessità di rappresentare il male trovi adeguata soddisfazione. Immaginiamo quali siano le frontiere da rafforzare, i muri da erigere, gli sbarramenti da opporre, i quadranti da colpire, affinché il flusso del terrore non ci debba più raggiungere. Ma è una ricerca inutile, perché insiste sul luogo sbagliato. I giornalisti, eternamente alla ricerca di scorciatoie e semplificazioni, pronti a sdoganare tutti gli stereotipi necessari, hanno escogitato una immagine molto interessante: lotta al terrore.

Tre parole, semplici e scarne, in grado tuttavia di attivare memi ancestrali, che descrivono i vissuti della stragrande maggioranza dei lettori, esacerbando una somma di processi, come la percezione di essere in guerra, di avere a che fare con un nemico invisibile, e di dover fare tutto ciò che è necessario per non doversi sentire mai più altrettanto vulnerabili. Ma proprio il ricorso alla parola terrore indica quanto il processo sia ancora abborracciato e parziale, e perciò ancora più pericoloso, poiché non ne siamo consapevoli, e al buio si finisce per colpire indiscriminatamente qualsiasi cosa.

Il terrore appartiene infatti a chi gli attentati li subisce e non a chi li pianifica e realizza. La dicono bene quei giornalisti, perché il vero problema non è difendersi dai terroristi, ma dal terrore. Il terrore non ha volto, non ha carne né biografia, non ha consistenza, eppure ha il potere più grande si possa immaginare. Perché il terrore non è – per definizione, vorrei sottolineare – fuori, ma dentro l’osservatore spaventato. Come i registi dei film Horror che mostrano la creatura che per due ore ha dilaniato, squartato e dilaniato le vittime (e per osmosi psichica anche coloro che si siedono sulle poltroncine davanti allo schermo) solamente alla fine, perché ciò che attanaglia è proprio la necessità paradossale di dare un volto all’invisibile, di rappresentare l’irrappresentabile. Che cosa vogliono veramente i terroristi? E qual è il terreno sul quale ottengono invariabilmente la loro vittoria? L’obiettivo non è di certo una prevalenza strategica o militare ma, appunto, quella di suscitare il terrore. Prendiamo i kamikaze così drammaticamente attuali. E’ troppo limitata la rappresentazione un gesto così estremo attraverso il premio di un paradiso popolato da vergini, e dove scorrono fiumi di latte. L’attentatore suicida vive i suoi ultimi istanti adoperando un rovesciamento concettuale, tradotto nel lugubre slogan di Mohamed Deif qualche anno fa: “Noi amiamo la morte più di quanto voi amiate la vita.” Non solo disobbedisce al principio giudaico cristiano dell’amore per il prossimo, ma lo ribalta nella terribile confutazione del principio di autoconservazione. E in questo consegue la sua vittoria, per dir così, a priori. Perché nel confronto di poteri – ogni guerra, non importa se combattuta coi comunicati stampa o i kalashnikov, lo è – chi riesce a superare l’istinto di sopravvivenza, ha già vinto, quale che siano gli esiti successivi. Ecco da dove viene il terrore: confrontarsi con un nemico che stabilisce un primato morale (nel senso etimologico della parola), anche se lo deve pervertire nella reciprocità della distruzioni. Il terrorista è un eroe lurido, nonché un martire osceno, e la sua oscenità ci fa sentire particolarmente indifesi, perché non c’è metal detector che possa fermare un odio così apparentemente viscerale, nessuna barriera sufficientemente alta, nessuna salvaguardia abbastanza efficace.

Anche un altro dettaglio viene sistematicamente evitato dagli osservatori, ovvero che il conseguimento di un atteggiamento così estremo non ha una matrice esclusivamente ideologica, religiosa oppure geopolitica – tutte dinamiche riscontrabili, ancorché nessuna realmente decisiva, né individualmente né collettivamente – ma mediatica. Se l’obiettivo tautologico dei terroristi è quello di provocare il terrore, il fine coincide con il medium attraverso cui lo si persegue, e la visibilità diventa il principale obiettivo. Il paradosso nel paradosso è che se si volesse sconfiggere il terrorismo, occorrerebbe non essere terrorizzati, così come un amico burlone viene disincentivato a proseguire in uno scherzo di cattivo gusto molto più dall’indifferenza che dalle contromisure. Per sconfiggere chi entra in una stazione della metropolitana con un gilet carico di esplosivo occorrerebbe eguagliarlo non nella gara alla crudeltà, ma in quella dell’indifferenza.

Si dovrebbe opporre ai membri di Daesh una controcultura dove la nostra disaffezione alla vita sia simmetrica al loro amore per la morte, e allora gli attentati diventerebbero improvvisamente superflui. Ma non si può; un obiettivo di questa portata non è, per la natura stessa delle dinamiche arcaiche che si vanno a toccare, realmente perseguibile. Tuttavia qualcosa si potrebbe fare, e se non rendere inefficaci i kamikaze si potrebbe restituire una remunerativa inferiore alla loro azione. Sarebbe sufficiente non lucrare – noi stessi – sull’endorsement del male, continuare a costruire fortune politiche intorno alla sovraesposizione dell’odio e della paranoia, sulla ricerca dei capri espiatori, che sono malattie caratteristiche dell’occidente e non importate dall’Islam. Dovremmo provare a creare immaginari differenti dai serbatoi dove attingiamo ogni giorno.

Vogliamo scoprire la cartina del terrore? Ebbene, smettiamo di far scorrere un dito sull’atlante e proviamo piuttosto a guardare uno specchio. A “riflettere” un po’ di più. Se vogliamo fare un’istantanea dell’horror vacui, allora potremmo a rendere utile la nostra propensione per i selfie. E se non possiamo contrapporre l’indifferenza all’odio, allora dobbiamo provare un paradosso ancora più grande: amare i carnefici quanto le loro vittime. Questo, credo, sia il significato della parola integrazione. L’unica in grado di disarmare un assassino. Nel tempo.

L’omicidio di Roma e “La Croce” armata di Adinolfi

Due giovani, strafatti di coca e psicofarmaci, sono curiosi di vedere che sensazioni dia procurare la morte. Detto, fatto. Chiamano Luca Varani – Luca non era gay, prossimamente la canzone di Povia – un etero in cerca di soldi facili, e lo sgozzano, lo colpiscono con il martello, e lo finiscono infilando una lama nel cuore.

Un fatto atroce, che tocca le sfere più profonde della psiche umana. Le categorie della follia, ancorché occasionale, la violenza “tradizionale”, i giovani che hanno troppi soldi in tasca, e le mezze stagioni che non tornano più, si rivelano inadeguate. Questa morte tocca corde assai più profonde di quelle visibili, e percuote come una cassa di chitarra la società dalle sue fondamenta. Un fatto che per il tipo di implicazioni trascende i tradizionali contenitori della comunicazione. A molti altri – purtroppo – abbiamo fatto l’abitudine, e persino l’Isis e il suoi adepti per crearci lo scompiglio interiore devono superare di volta in volta i traguardi appena assegnati. La vicenda di Marco Prato, Manuel Foffo – i carnefici – e della citata vittima toccano vertici del male e della sua traduzione storica, ritenuti sino a ieri irraggiungibili, avventandosi come un rapace sulle nostre pingui aspettative di stabilità sociale.

Prendiamo i virgolettati da un giornale qualsiasi. Dice Marco Prato:

Anche in passato avevo avuto un momento in cui volevo far del male a una persona, non so come questo maturasse tra me e me, ma non ho mai pensato potesse concretizzarsi.

Il desidero di fare del male, in quanto male, privo cioè dell’ingrediente fondamentale dei libri gialli, ovvero il movente, è una realtà che persino il lessico giuridico non è ancora pronto a recepire, fermandosi ai “futili motivi”, che prefigurano piuttosto una motivazione debole. Per questo tipo di male manca ancora l’engramma. Vi troviamo sacche psicotiche – Marco dice di non sapere come il pensiero maturasse – ma non misconosce che quel pensiero sia periodicamente affiorato alla coscienza. Differentemente da un folle tradizionale non si limita a non sapere, ma rivela un certo livello di accondiscendenza. Questa penombra della coscienza viene ribadita in un altro passaggio, ancora più drammatico:

Mentre lo colpivamo non provavo piacere però non ero in grado di fermarmi anche se ho avuto dei momenti in cui provavo vergogna per quello che facevo.”

Il godimento pianificato non è recepito, tuttavia l’ostinazione impedisce a Marco di recedere dal proposito. Molto importante ancora il passaggio sulla vergogna, sperimentata anche se in modo non decisivo. La vergogna, dice Darwin, è il contrassegno dell’umanità. Si prova vergogna per un proprio gesto, per lo sguardo introiettato di qualcun altro, ma anche e soprattutto perché esiste una prerogativa empatica del nostro essere, per cui quando e se mi accorgo che un mio simile soffre a causa mia, cerco di fermarmi, e mi vergogno se non ci riesco. Qui l’origine autentica della morale, e non la coerenza con decaloghi eteronomi o filosofie pretenziose. L’altro è Altro, e io non voglio che soffra. Questa l’origine (anche giurisprudenziale) dell’invito evangelico ad “amare il prossimo come se stessi.” Perché il “come” apre l’orizzonte dell’empatia medesima. Io posso sentire l’Altro interiormente.

Anche in Marco la dinamica scatta, ma è fiacca, svilita dalle droghe. Tuttavia non sono le droghe a uccidere, poiché la maggior parte dei cocainomani non uccide, oppure non con questo distacco. Come fiacco è il senso di colpa di Manuel, che “tenta” il suicidio, ma non riesce a portarlo a termine.

Lo svilimento ha però radici e dimensioni che trascendono l’episodio, e riguardano la nostra società in quanto tale.

La vergogna diventa inefficace a causa del suo abuso. Come un farmaco, somministrato ininterrottamente per anni, perde progressivamente il suo spettro d’azione, così gli appelli a vergognarsi, sollecitati a oltranza dal linguaggio ordinario della politica e dei mass-media, si sdrucisce, esaurisce la presa e produce una assuefazione cui le menti più fragili sono le prime ad arrendersi. Si diventa progressivamente immuni alle droghe, all’alcol, alle emozioni più estreme finanche alla violenza. L’Altro, allontanato dagli schermi di un monitor, diventa un satellite alla deriva, distante dalle traiettorie della coscienza. La prossimità viene cercata solo attraverso una curiosità malata e pervertita.

Ne ha fatto una splendida analisi Luigi Zoja ne “La morte del prossimo.”

La trasformazione è in atto. Sotto le faglie della società la tettonica del profondo si muove, causando evoluzioni antropologiche di cui fanno parte tutti, e non solo quelli che forniscono titoli ai giornali, ma anche quelli che ne riempiono di acredine le pagine Un destino che accomuna quanti erigono barricate, e rende “prossimi” involontari quelli che si vorrebbero più distanti.

Siamo in un’epoca paranoide, dove gli unici registri adottati dai media e dalla politica sono l’indignazione e il linciaggio, la ricerca sistematica d capri espiatori, dove agli avversaari si augurano le peggio cose.

Il giornale trasuda delitto”,

aveva scritto Baudelaire, perché è esattamente nella comunicazione che l’Altro viene delegittimato, allontanato a priori, e le sue istanze diventano irricevibili.

Accade di continuo, e senza eccezioni. Ci qualifichiamo per coloro cui ci contrapponiamo, e non per la nostra capacità di accoglienza. Dalla destra alla sinistra, dagli extracomunitari a Berlusconi, viviamo in un mondo “pieno di nemici” e di inimicizia. L’unica cosa nella quale siamo diventati straordinariamente bravi è quella di esautorare gli interlocutori, e di rendere dannatamente sdrucciolevole e impervia la strada cui tentare un avvicinamento.

E se questa è la prassi, farlo nel nome della Croce è tuttavia molto più grave. Mario Adinolfi che della tastiera del pianoforte ha preso a suonare un unico tasto, ha rivolto la consueta morbosa curiosità al fatto di cronaca e, prevedibilmente, ha trovato il pretesto. Dice fumoso in un tweet che il delitto è maturato nella “galassia gay”, trovando quindi altro propellente per le Guerre Stellari che, come un adiposo Jedi, da tempo combatte.

Fingendo uno stupore peloso Adinolfi non dice – dice di non voler dire – che gli assassini siano gay, e per la proprietà transitiva che i gay siano assassini, ma che Marco e Manuel lo erano, e si domanda come mai gli altri giornali non si siano soffermati su un particolare così importante. Come mai hanno dimenticato che l’ultimo post su Facebook del povero Luca irridesse alle unioni civili? Non è interessato se Marco e Manuel fossero tifosi della Lazio, vegetariani, amassero il teatro o avessero fatto la prima comunione, mentre da navigato fariseo si stupisce che le priorità degli altri possano essere diverse dalle sue. Vìola le bindelle che cintano la scena del delitto, a creare un martire improbabile della sua causa nel sangue non ancora raggrumato, e deporre un impudico vessillo tra le sagome della polizia scientifica. Una cosa normale in un’epoca terribile e spietata come la nostra. Ma con un’aggravante, perché Adinolfi dirige un giornale ispirato a un simbolo che aborrisce quel modo di trattare chiunque altro. Perché sulla Croce, quella di legno e chiodi e non su quella di carta e piombo, Cristo ci si è fatto appendere, e non ha pervicacemente tentato di appenderci gli altri. Perciò, per carità, liberi tutti, ma se Mario Adinolfi vuole imbastire le sue “crociate” (questa attribuzione è più pertinente) contro finocchi, mori e marrani del XXI secolo, alla spazzatura siamo abituati, e tollereremo anche l’ingombro della sua. Ma se volesse cambiare il nome del suo quotidiano in qualcosa di diverso, non smetteremo mai di essergliene grati. Perché non ne abbia a dubitare: la Croce, la mia Croce (dove per mia non intendo affatto che mi appartenga, ma un rapporto per cui continuerò a guardarla da vicino o da lontano, nonostante le sordide crociate di quelli come lui) è un’altra cosa. E il problema di Luca Varani non è stato che fosse amato da persone dello stesso sesso, ma al contrario, che non siano riusciti mai ad amarlo. Nemmeno per un istante.