Autore: milluminodimmerso
PORTERO’ I FIORI
Porterò i fiori
Dove nacque il mio amore
Ghirlande di fiori di pesco
E ciliegio
Dove giacemmo e i respiri
Si fecero nubi
Dove gli abbracci si fecero ali
Porterò il giglio
Dove il vento nascose le parole
E dove la luna
Parlò a Dio di Te
E di Me
Dove il fuscello
Divenne foresta
A celare questo amore
Porterò i giacinti
Dove seppi che
Ti sarei appartenuto, io sì
Per sempre
E per sempre
Il torrente promise
Che mi avrebbe lambito
Le caviglie
Mentre il tempo si faceva Destino
Porterò fiori profumati di cielo
Dove la spada ci fece distanti
Porterò l’edera e il caprifoglio
Dove il ricordo si fece sangue
E dove le lacrime
Piovvero sugli amanti
Che piansero di Te
E di Me
Se puoi
Un giorno
Sii tu a portare
Un piccolo fiore
Bianco e fragile
Lì dove l’attesa, la mia
Si e fatta sasso.
Ti ricordi?
Ti ricordi?
Ci fu quel giorno. Il giorno in cui scesi dall’ascensore, volai sullo zerbino rosso- facendo uno di quei salti che mandavano su tutte le furie la signora Bellini-, scesi gli ultimi cinque gradini, aprii la porta dell’ingresso, uscii all’aperto, ed ero felice. Ero felice di ciò che ero e di ciò che avevo. O meglio… ero felice di avere quel che ero.
Ed ero quel che avevo perché avevo te.
Ti ricordi?
Ti ho telefonato, e tu eri in taxi, e non capivi la mia gioia contagiosa. Però mi dicesti che l’autista si era girato per capire cosa stesse gridando quell’invasato che parlava con te, e tu sorridevi “come una deficiente”, e non capivi, io non capivo. Parlavi con la mano sul microfono, e sei certamente arrossita. Sono sicuro che quell’uomo ebbe voglia di ridere. Dicevi che ero matto, e che non capivi il perché di quella euforia.
Ma capire la gioia non è come tentare di fermare le balene col retino delle farfalle? La mia gioia era la tua gioia. Tu eri la luce e io il vetro smerigliato che ne consente la diffusione.
Ti ricordi?
Salii sulla Subaru, era una giornata piena di sole. Volai da te, e tu mi aspettasti nel nostro bar di corso Buenos Aires; e mi parlavi, mi parlavi. Volevi che l’estate andassimo a Mykonos, che Roberta la tua amica ne era stata entusiasta. Parlavi, e io ascoltavo. Ma soprattutto ti guardavo, mai mi sarei perso il disegno che le tue labbra riempivano con il colore del loro suono.
Dicevi che il nostro incontro fosse stato il più importante della tua vita, che non avresti permesso a nulla e nessuno di contaminare un diamante tanto prezioso.
Ti ricordi?
Facemmo l’amore quel pomeriggio, e i tuoi occhi, Dio i tuoi occhi. I tuoi occhi. Tu eri il mio giardino senza spine, la casa di un soldato che ha visto troppe guerre poteva tornare. I tuoi occhi, sì.
A un tratto mi dicesti “ti amo.” Eri seria in quel momento. Tutti gli amanti si dicono cose così. Invece no. I tuoi occhi, la tua voce avevano una pastosità, una tonalità, una verità che non molti hanno potuto raccontare. E solo pochissimi hanno potuto ascoltare.
Ti ricordi?
Siamo andati a fare la spesa all’Esselunga e tu avevi quel modo buffo di metterti al centro delle corsie, di indicare gli scaffali con un dito dove pensavi avresti trovato la marmellata di agrumi, i fiori di zucca o una birra canadese. Avevi la lista la spesa scritta su un tovagliolo e non lo consultavi mai.
Sorridesti a quella signora che non riusciva a prendere la confezione del caffè più a buon mercato- che ovviamente viene posizionato dove solo i più determinati possono arrivare. Lei ti ringraziò, e tu le prendesti le mani tra le tue. Le sorridesti, sì. Lo sai che quella donna si ricorderà del tuo sorriso? Se ne ricorderà anche quando il barattolo del caffè sarà vuoto, e le dispiacerà doverne prendere un altro. E quando si aggirerà per gli scaffali troppo alti, appena prima di chiamare un commesso esausto ad aiutarla, si guarderà un ultima volta in giro, per vedere se…
Anche lei non può dimenticare.
Ti ricordi?
Dovevamo andare a trovare Carlo e Cinzia, e in autostrada ci sorprese la tempesta e ci fermammo sotto un ponte ad aspettare spiovesse. Sotto quel ponte incontrammo due signori anziani, una coppia, che avevano paura che la loro vecchia 127 si fermasse sotto l’acqua. Ci parlarono della loro vita, dei figli che andavano a trovarli la domenica, e dei nipoti dei quali ogni tanto confondevano i nomi. Si prendevano in giro bonariamente, ma dagli sguardi si capiva che non avessero sprecato la propria vita, perché si erano avuti e si sarebbero avuti ancora per i giorni che il destino avrebbe concesso loro. Le loro rughe erano la cartina topografica della saggezza, dove le montagne erano ciò che si erano donati a vicenda, le valli i luoghi dove si erano dati ristoro,e i fiumi il segreto di un tempo che non li avrebbe potuti separare.
Ti ricordi?
Salirono in macchina prima di noi, e quando se ne andarono scoppiasti a piangere improvvisamente come la tempesta che ci aveva fermato sotto quel ponte. E mi dicesti che non era giusto, no, non era giusto che uno dei due avrebbe un giorno perso l’altro. Io tacqui perché avrei detto solo una stupidata. Ti abbracciai. Non te lo dissi ma desiderai che quel qualcuno un giorno saresti potuta essere tu. Sono uno stronzo, lo so. Ma come avrei potuto vivere senza di te. Già… come avrei potuto. Come?
Dunque, ti ricordi?
Volevo dirti che quel giorno, quella tempesta, quel ponte, quel barattolo di caffè e la marmellata di agrumi, le valli e i fiumi sul volto di quegli anziani, la Subaru e quel tassista che tornando a casa ha detto alla moglie che aveva portato in giro una matta, poi però l’ha baciata sulle labbra come non faceva da molti mesi. Forse da anni.
Ecco quel giorno e i cento giorni prima e i cento giorni dopo, tutto questo è. Non dico che “è ancora lì”, perché nulla è uguale a se stesso neppure per un istante. Tutto decade, si trasforma e diventa un’altra cosa. Un oceano di gocce diverse. Eppure è. Tutto è finito in ciò che era, eppure è ancora.
Tutto ciò che è stato sarà.
L’Angelo
Fu in quel momento che accadde. Fu quando avvertì il corpo nudo dell’Angelo che lo abbracciava da dietro che avvenne. Fu in quel preciso momento che egli scoprì quale rumore facesse la felicità. Era un sibilo, eppure un fragore di montagne che venivano scaraventate in abissi senza fine, eppure era un suono soave come le carezze di un oceano sfinito che trovava infine il suo letto. E fu in quel momento che egli scoprì cosa fosse l’Amore. Era dunque questo ciò di cui parlavano i poeti? Alludevano a quell’istante i musicisti? In quel momento in cui l’Universo si spezzò in due, e le due metà cominciarono a rincorrersi, fuggendo e ritraendosi allo stesso tempo. Capì perché gli uomini e le donne di tutta la storia avessero desiderato vivere un solo istante come quello. E sentì perché quegli uomini e quelle donne ne fossero spaventati. Poiché come ricevette l’abbracciò intuì che come esso era iniziato, sarebbe finito. In quell’istante fuori dal tempo. E l’intera vita sua sarebbe stata spesa nel calibrare la distanza siderale fra sé e quell’abbraccio. Senti che anche l’Angelo aveva intuito la medesima cosa e indugiava a riaprire le braccia, nel tentativo inutile di protrarre ciò che lì, proprio lì e proprio in quel momento, sarebbe finito. Perché le galassie non lo avrebbero consentito. Se Dio avesse voluto che quell’abbraccio si protraesse, avrebbe solo dovuto portare i cancelli del Paradiso in quella stanza, tra la sedia bianca e il comò disadorno. Ma già due amanti erano stati cacciati da quel luogo, perché non vi poteva essere un Paradiso in Paradiso. Un Paradiso più profondo di quello dai cui alberi sgorgavano la vita e il tempo. Un abisso di fronte al quale Dio stesso era impallidito.
Sentiva il fiato leggero dell’Angelo soffiargli sulla spalla sinistra. Ebbe l’impressione che la guancia dell’Angelo fosse ora umida, e che le lacrime stessero scivolando lungo la sua schiena. Ma non poteva voltarsi, guardare l’Angelo in volto. Quel volto così puro, così conosciuto in ogni singola sporgenza, in ogni ciglia e in ogni ombra. Quel volto altresì tanto sconosciuto, che aveva portato nella sua anima una pace che non aveva nome. Non si voltò, perché un milione di stelle si sarebbero spente se avesse fatto solo un movimento. Lasciò che le lacrime gli colassero copiose addosso, e che come una sorgente divina mondassero la sua anima per avere osato tanto. Egli seppe, e lo seppe in quel momento, che ogni singolo giorno della sua vita quell’abbraccio gli sarebbe mancato come l’acqua manca al deserto, o come le nubi a un cielo vuoto. Seppe che nel momento in cui avrebbe lasciato questo mondo avrebbe ripensato a quell’abbraccio. E si sarebbe domandato se Dio sapesse abbracciare in quel modo. Un giorno sì, avrebbe restituito ciò che aveva cominciato ad esistere perché quell’istante si compisse. In quel momento, quando le braccia dell’Angelo si sciolsero.
Con le spalle al muro
Vorrei raccontare due aneddoti della mia storia di insegnante. Episodi distanti sotto ogni punto di vista, tanto per la natura della circostanza quanto per il tipo di scuola con cui sono accaduti, differenti per le persone che vi sono state coinvolte (eccetto ovviamente me) quanto per i tempi in cui sono accaduti. Circostanze tuttavia che hanno qualcosa ad accomunarli più di quanto non si vorrebbe pensare.
Il primo aneddoto. Fine anni ’90, mi trovo in una scuola di frontiera, un professionale della periferia di Milano, di cui ovviamente non farò il nome. Una scuola completamente disastrata, dove nessun intercapedine resta al proprio posto, nessun muro è stato risparmiato da imbrattatori scurrili e blasfemi, nessuna porta si apre o chiude a dovere, nessun banco è sfuggito al cataclisma, e nessuna cattedra è integra. Un anno difficile, ma entusiasmante. Quando parlo dell’unico anno passato in quell’istituto dico ai miei amici che “sono stato al fronte”, perché al cospetto di quel posto tutti gli altri mi sono sembrati di retrovia. Solo un ambito, in quella scuola, è stato risparmiato dalla furia degli elementi, e cioè la bar scolastico. Mi propongo di dedicare alle “oasi” dei bar scolastici una riflessione futura. Come le infrastrutture anche le persone in quella scuola sono ammaccate, docenti e studenti, coinvolti in una lotta impari per la sopravvivenza. In una quarta vengo a scoprire che alcuni ragazzi dopo qualche giorno avranno una interrogazione di chimica organica, da cui dipende molto del loro, già precario, destino scolastico. Non sanno tuttavia dove sbattere la testa, quindi d’istinto – siccome di chimica ne ho studiata tanta – offro loro il mio aiuto. Quindi, in due, vengono a casa mia una domenica mattina e facciamo qualche ora di full immersion tra aldeidi, gruppi carbossilici e nomenclature IUPAC. Passa qualche giorno, e incontro i due ragazzi al bar. Uno dei due mi chiama a gran voce, e dice di volermi offrire un caffè. Accetto.
“Professore, lei aiuta i ragazzi. Le posso fare una domanda?”, mi dice con aria pensierosa mentre agitiamo i cucchiaini nell’intruglio.
“Ma certo…”, rispondo io un po’ imbarazzato, ché non lo desse per scontato.
“Perché lei fa l’insegnante?”
Superfluo dire che, di rimando, gli chiesi se fosse proprio così inconcepibile che “un insegnante avesse a cuore i propri studenti”. Tuttavia era tale la sua percezione.
Faccio un salto di quasi venti anni, e arrivo alla scorsa settimana. Una classe femminile, una prima, di un liceo – nuovamente non farò il nome, ma certamente molto distante dal campo di battaglia appena descritto – della periferia meneghina. Sono anagraficamente poco più che bambine, candide come le ninfe della mitologia greca. Talmente cristalline che si commuovono, e applaudono, alla conclusione di un cartone animato. Sono, per dirla come Jung, figure di anima potentissime, trasparenti come un cielo di montagna, cerbiatti lontani anni luce (ma forse meno di come io sia stato portato a pensare) dai bucanieri del professionale. Alla prima lezione, quando ancora le logiche del sistema sono ancora sguarnite e gli orari provvisori, decido di leggere un mio racconto. Mi ascoltano, con le orecchie e gli occhi spalancati, e quel tipo di attenzione che ogni insegnante vorrebbe. Per fortuna il racconto piace loro, e molto, si direbbe dall’applauso esagerato scaturito alla fine. Poi Bambi mi guarda con i lucernari aperti, e dice:
“Prof, ma lei cosa ci fa a scuola?”
Sono sufficientemente consapevole della mia boria da sapere che mi piacerebbe intendesse “lei deve stare tutto il giorno a scrivere”, ma mi sbaglierei. Non è tutto qui.
I due appelli hanno molto in comune, al netto delle differenze che ho già evidenziato. Anzi proprio la distanza tra gli aneddoti potrebbero indicare una questione “strutturale” del sistema scuola, e non una semplice contingenza.
Mi viene in mente il racconto riportato da un conoscente, di un ranch in Toscana dove il tenutario prende in consegna i cavalli reduci da cento gare in cento ippodromi. Cavalli che sono a fine carriera, e non servono più e nulla e a nessuno. Perciò le stesse mani che li hanno sferzati, costretti a correre con il cuore in gola, mani che hanno violato la loro natura, frustati perché corressero fino allo spasmo, ora li hanno abbandonati. Quando arrivano in quella fattoria i cavalli sono malfidenti, e non si aspettano altro che nuovi maltrattamenti. Allora per far loro comprendere che non verranno più, mai più, picchiati, l’unico sistema è di avvicinarsi loro lentamente, un giorno dopo l’altro, centimetro dopo centimetro, guadagnando nel tempo lo spazio e la fiducia. I poveri animali, traumatizzati, ogni volta che vedono un essere umano, si mettono istintivamente con le spalle al muro, in una postura difensiva.
Dov’è l’analogia?
Intanto nella percezione. È ovviamente legittimo pensare che gli episodi da me citati siano, appunto, episodi; e che collegarli non sia corretto. Sacrosanto. Tuttavia il legame potrebbe esserci molto di più di quanto non vorremmo, come insegnanti, riconoscere.
Insegno da un quarto di secolo, ho avuto centinaia di colleghi, tra i quali riconosco tuttora figure sublimi e molte di una fatta inferiore. Ma credo di non avere quasi mai avuto per collega un aguzzino. Al massimo un paio. E anche lì forse occorrerebbe fare dei distinguo.
Eppure credo che la percezione di cui sto scrivendo esista eccome: il concetto di “bene”, o quello di vantaggio, nella scuola contraddice l’essenza dell’istituzione. A scuola ci si va perché obbligati, e non perché ci si ricevano cose vantaggiose. Perciò se qualcuno fa qualcosa di buono, si tratta di uno sbaglio, e non dovrebbe trovarsi lì. Tirando le somme, come è possibile che insegnanti, che non sono aguzzini, abituano studenti a vivere, scolasticamente parlando, con le spalle al muro?
Azzardò una risposta: perché nella scuola vige il principio della coercizione, della obbligatorietà delle azioni, delle reazioni e delle relative sanzioni. In classe non esiste la libertà. Gli insegnanti e gli studenti non si incontrano mai perché lo vogliono, e a partire da questa forzatura originale, ogni desiderio autentico di apprendimento, di comprensione e di conoscenza viene frustrato sin dalle fondamenta. Questo il peccato originale del mondo della scuola. I suoi principali attori non incocciano mai, e ribadisco mai, sul territorio del consenso e della scelta, ma su quello della dialettica perversa del gradiente di potere: troppo da una parte e nessuno dall’altra. Docenti e discenti allungano nel presente, loro malgrado, le sinistre sagome di Servo – Padrone di Hegel. E questo, repetita iuvant, senza che gli insegnanti abbiano una particolare responsabilità. Ma per la semplicissima ragione che tutto ciò che viene concepito nell’ottusa enclave dell’obbligo e della costrizione non può, nel tempo, non partorire i figli dell’abuso. Se a un bambino affamato gli si strofinano le patatine sulla faccia con violenza, forse si riuscirà persino a nutrirlo, alla lunga tutto, ma certamente si abuserà della sua vulnerabilità, non rispettando la sua libertà di accedere a un certo numero di risorse secondo tempi e modalità che possono essere esclusivamente sue. Il carattere impositivo della scuola ha finito per corrompere la spontaneità e il desiderio (che pure esiste) di comprendere meglio il mondo, o di comprenderlo magari attraverso i propri insegnanti.
Vorrei fare un altro esempio, che dovrebbe aiutare ulteriormente a mostrare come la falla sia nel sistema, e prescinda dalla responsabilità diretta dei singoli docenti.
Anni fa ho intervistato un valente nutrizionista il quale, nella veste di dirigente di una società di mense scolastiche, aveva cura dei valori nutrizionali perfettamente equilibrati, della freschezza della verdura, e della tracciabilità delle carni portate sulla tavola. I bambini serviti da quella società sicuramente potevano fruire di una alimentazione “sana”. Eppure è quasi impossibile incontrare un ragazzo che dei propri trascorsi alle elementari, o alle medie, racconti che in mensa “si mangiava davvero bene.” Come mai? Io credo che l’ingrediente mancante, mai contemplato da quel nutrizionista, fosse il… gusto. Dietro a pedanti tabelle nutrizionali, non vengono mai contemplate le prerogative organolettiche del cibo. E la ragione per cui si possa glissare tanto facilmente sull’unico fattore “appetibile”, è perché la mensa è quel tipo di ristorante dove non esiste la facoltà di alzarsi, e di provarne uno migliore. Manca banalmente la scelta. La mensa è l’obbligo della ristorazione.
Un’obiezione potrebbe essere, “ma se i bambini mangiassero quello che gli va, lavorerebbero solo i fast-food e le fabbriche di caramelle. In capo a pochi mesi avremmo una schiera di obesi malnutriti, satolli di carboidrati e poco altro”. Ed è vero. Ma tra lo spontaneismo totale, l’anarchia nutrizionale e l’obbligo di mangiare a vita broccoli sconditi, ci sono certamente migliaia di cose intermedie.
Abbandono l’esempio della mensa per tornare alla scuola. Ciò che è criminale nel mondo della formazione è che la capacità di valutare dei ragazzi non è in alcun modo stata tenuta in considerazione. Eppure ci sarebbero state miriadi di opportunità di farlo, creando (faccio per dire) percorsi modulari, con la possibilità di scegliere un docente piuttosto che un altro, di rendere i tragitti più flessibili, con insegnamenti fondamentali, e altri più accessori dove i ragazzi potessero coltivare cose più vicine alle proprie passioni, recuperando anche lì i propri crediti. Davvero ci si potrebbe sbizzarrire con l’immaginazione.
Nossignori! Niente di tutto questo. Abbiamo tenuto stretto il monolite dell’obbligo, dei premi per i più meritevoli e le bocciatura per i recalcitranti. E guai a chi si lamenta.
Probabilmente non dovremo mai rispondere di essere stati “cattivi insegnanti”, perché nelle aule, dietro alla cattedra, si muovono anime inquiete che, per lo più, fanno il meglio che possono. Ma di avere accettato che il sistema restasse uguale a se stesso, di questo almeno, dovremmo rispondere.
“Ne è valsa la pena?”. Dell’amore, il dolore e la metafisica.
Ne sarà valsa la pena?
Ecco l’equazione perfetta e quasi mai rispettata di ogni circostanza che effettivamente conti qualcosa nell’arco di una vita.
“Valere la pena”, espressione che contiene- ma bisogna guardarne la filigrana- due sostantivi: il valore e il dolore.
Una delle poche certezze che si acquisisce nell’atto stesso in cui si viene al mondo, è che si soffrirà. Il dolore fa parte della vita. Profondamente, intrinsecamente, geneticamente… Chi vive soffre. A questa affermazione autoevidente, non si deroga mai. Il vero problema della vita è quindi la tutela dal dolore. E’ così sempre. Lo è comunque, quale che sia la solidità delle certezze cui si è affidato l’impianto della propria vita.
Questa osservazione ha una ragione remota: l’ottimismo metafisico del quale siamo intrisi, ha reso infatti il dolore semplicemente inconcepibile, sulla scorta della impensabilità del non-essere parmenideo. Noi non abbiamo categorie per descrivere il dolore. Nemmeno un lessico. Per cui ci siamo industriati a costruire immagini della trascendenza il cui ruolo è quello di collocare la giustificazione del male “al di fuori” della realtà medesima. Come a dire che quando la realtà non basta a giustificare se stessa, allora interviene il nostro bisogno di situarne la radice profonda in un “oltre”. La cui necessità (psicologica prima che metafisica) inficia però la validità di quella attribuzione. La certezza- attestata nei libri sacri dell’Occidente, come La Repubblica di Platone, o la Genesi, così come nei trascendentali della filosofia scolastica- che l’essere sia necessariamente “buono”, ha eroso progressivamente la possibilità di immaginare il lato oscuro delle cose. L’uomo occidentale si rinchiude della torre d’avorio della propria razionalità e sovrapponendo, in modo assai arbitrario, quest’ultima al pensiero che la pensa, continua a stabilire equivalenze e tautologie, che lo confortano in un’unica certezza: le cose sono le cose! Così la realtà viene subaffittata al cogito cartesiano, che ne diviene il custode senza contratto. La realtà diventa concepibile per gli stilisti del pensiero che si affannano a vestirla con delle sagome di cartone- “vestiti di idee” avrebbe detto Sofia Vanni Rovighi-, quali le categorie di essenza,bene o giustizia.
Ma la realtà è molto meno razionale di quello che si vorrebbe. Cosa sarebbe accaduto se tremila anni fa avessimo ascoltato Eraclito e non Parmenide? O se Gorgia fosse diventato più importante della scuola di Elea? Io credo che avremmo riconosciuto il diritto delle suddette “cose” di presentarsi al tavolo della ragione con il proprio pesante fardello di irrazionalità. Un fardello talvolta angosciante, invero. Giacché quella irrazionalità che la cultura occidentale ha così prontamente allontanato da sé continua a fare capolino ovunque: nella aggressività, la paura e l’angoscia, la furia degli uomini e quella degli elementi, gli incubi, la cupidigia, gli eccessi e il dolore, ma anche le gioie, le emozioni e la compassione. Non trovando queste spazio nelle architetture del pensiero, finiscono nel nostro inconscio, dove al posto di depotenziarsi, acquisiscono una energia insospettabile. Un po’ come alcune leggende metropolitane raccontano di certi coccodrilli abbandonati nelle fogne delle grandi metropoli e pronti a riemergere ingigantiti in qualche contesto urbano. L’occidente ha cominciato a considerare l’esistenza dell’inconscio appena un secolo fa, attraverso la psicanalisi. Qui risiedono le ragioni che determinano la qualità di una intera esistenza. E non nell’esercizio del raziocinio.
Il nostro universo si rivela talvolta come una scatola di cartone dove i contenuti attraverso i quali avevamo qualificato la nostra esistenza, si sfaldano e si frantumano assai più facilmente di quanto paventammo. Spesso le nostre speranze di cogliere il perché di questi tracolli in un oltre, si rivela essere semplicemente una scatola più grande, il contenitore dei contenitori, ma dove il tasso di arbitrarietà cresce viepiù staccandosi dall’esperienza. “Deve pur esserci un motivo…”, è la radice di ogni scommessa metafisica, dove però il tallone di Achille consta proprio nel nascere da un debito (“deve…”) che la realtà contrarrebbe nei confronti del nostro pensiero.
In realtà così facendo quella che si sta patrocinando è una percezione del mondo assai autoreferenziale, dove viene attribuito un significato a causa del dolore qualora la realtà fosse vista nella sua (apparente) insensatezza. Ma questa è già una forma di follia, almeno nelle forme più gravi.
Molti anni fa un anziano, dopo aver perduto la donna cui era stato sposato da sempre, continuò a comportarsi come se ella fosse ancora presente in quella casa, cucinando per due e cambiando le federe di entrambi i cuscini. Negando parte dell’accaduto, egli si tutelava dalla perdita. Il dolore infatti coincide con il distacco tra la realtà e l’ipotesi di senso- cui fanno parte gli affetti e le consuetudini- attraverso la quale era stata letta prima che un evento traumatico la mettesse in discussione. Un sacerdote, con afflato Dostoevskiano, una volta disse,: “se pensassi che la realtà non abbia senso, mi suiciderei immediatamente…”. Una riflessione uroborica, considerato che non volendo tendenzialmente nessuno vivere nella angoscia, allora il significato lo si tende a referenziare sempre e comunque. La nostra mente non si comporta come uno spettatore, estasiato e neutrale, che osserva il dipinto della rappresentazione del mondo che gli si oppone, ma vi entra con il pennello e dipinge costantemente il quadro dove gli tocca vivere. Ne consegue che “la cosa vera” quasi sempre finisce per essere quella più conveniente. O quella meno dolorosa.
Il nostro problema è che il dolore e la ragione non siano mai nella medesima stanza. O parafrasando Epicuro “quando lui c’è non ci siamo noi, e quando ci siamo noi, non c’è lui…”
Ma chi ha stabilito che il dolore non possa essere vissuto? Forse se accettassimo di vivere in un mondo meno razionale di quello che avremmo pensato, magari accetteremmo che la sofferenza possa essere vissuta per quello che è, e non per la sua necessaria trasfigurazione in una cosa ulteriore.
La nostra preoccupazione di fuggire il dolore è tanto dominante il nostro immaginario collettivo, che la paura di soffrire inibisce ogni autentica propensione al rischio. Le parole di George Gray, tratte dalla antologia di Spoon River, ci vengono in soccorso.
“Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.”
Ne consegue che Il valore è quasi sempre sacrificato ai timori che il prezzo per conseguirlo possa rivelarsi troppo alto. In una società fortemente maternalistica (v. il mio “Il tradimento del Padre”), il tema del rischio rimane spesso in sottofondo. Ne consegue che gli studi degli analisti si riempiono di persone (e sono quelle più vive) che giungono in una determinata fase della propria esistenza a dover conteggiare di quanta vita e di quanto valore ci si è fin lì privati. Esistenze piene di rabbia, recriminazione per ciò che non si è osato, vincolando le proprie prospettive esistenziali al pragmatismo, il buon senso, il dovere, le aspettative riposte dalle persone circostanti e i precetti di una religione. Così i banconi della farmacie si riempiono di Prozac e dei suoi generici.
Sono spesso le esistenze “troppo sensate” a svuotarsi di senso. E a qualificarsi non per ciò che non si è ricevuto, ma per ciò che ci si è impedito pensare di poter ricevere. Per il vuoto sperimentato nel guardare cieli distanti, immaginando voli che mai si intrapresero a cagione delle vertigini.
Nel tempo si odia ogni cosa non si è potuto scegliere. Ci vuole infatti un grande coraggio e una grande libertà per essere ciò che si è. Una accettazione virile, cui si contrappone quasi sempre una rassegnazione bovina. Mi permetto di citare il passaggio di un mio racconto: “Si deve scegliere ciò che si può amare. E si deve amare ciò che non si può scegliere.“
Se vi sono due patologie in qualche modo sintomatiche del nostro modo di vivere, queste sono la paranoia, che porta ad accreditare architetture simboliche molto complesse, e il cosiddetto disturbo borderline, ove il confine con la psicosi viene pericolosamente avvicinato e talora travalicato da quelle persone che temono- così recitano i manuali di psichiatria- più di ogni altra cosa essere abbandonate.
Patologie che, anche quando non sono abbastanza manifeste da giustificare il ricorso a farmaci e specialisti, agiscono sul fondo della società occidentale, diventandone un tarlo culturale ed un sostrato permanente ove le nostre esistenze si consumano.
Il timore dell’abbandono è in particolare quello che determina la stragrande maggioranza delle scelte compiute nell’arco di una esistenza, e che comporta molte paralisi psichiche le quali inducono l’uomo e la donna occidentale a non lasciarsi mai nulla alle spalle, ad indulgere in comportamenti di refrattarietà al nuovo, di avvitamento nel già conosciuto, di rifiuto di ogni cambiamento.
Se nasce- come dicono gli addetti ai lavori- da un “mancato attaccamento” alla madre, esso conduce a collocare il tema dell’amore nella stanza dei beni inaccessibili o in una idealizzazione perenne, dove esso viene però sottratto alle leggi dell’entropia e del divenire. Il borderline preferisce porre la propria smisurata esigenza affettiva dietro una teca di vetro, dove quasi sicuramente mummificherà senza essere stato mai realmente vissuto. Gli amanti ideali non muoiono mai, e mai abbandonano i propri partner.
Colpisce molto che il tema amoroso, così pervasivamente ostentato nelle canzoni, le poesie, nei pensieri adolescenziali e post-adolescenziali, sia vissuto in una oscillazione perversa tra gli estremi di una iperidealizzazione inesauribile- altro sintomo borderline- ed un cinismo estremo, dove la prosaicità della vita opera una scissione rispetto alle aspettative del cuore.
Il quadro che ne consegue è desolante. Quante volte si finisce per chiamare amore quella che tuttalpiù ne è la fotocopia sbiadita?
“l’unica cosa che può farci sopportare gli angusti limiti del nostro tempo su questa terra (è) la formazione di un legame veramente soddisfacente con un’altra persona. (…) Quando si è giunti a questo si è arrivati al massimo di sicurezza emotiva nella vita, e di durata di una relazione che sia alla portata dell’uomo; e soltanto questo può dissipare la paura della morte.”
Prendendo sul serio le sobrie parole di Bruno Bettelheim, possiamo riscontrare un enorme paradosso: la paura di soffrire induce infatti l’uomo contemporaneo ad assumere un atteggiamento rinunciatario rispetto alla sua più grande risorsa. La paura di soffrire avvicina quella della morte. Egli si scopre spaventosamente gracile quando si tratta di misurare le proprie risorse interiori. Il timore di essere (nuovamente) abbandonato, lo fa tentennare esizialmente nella ricerca del diamante che costituirebbe l’unico valore su cui fondare una esistenza gratificante e non recriminatoria. E la vita si riempie tuttalpiù di zirconi.
Ecco perché, come si diceva all’inizio di questa lunga riflessione, l’equazione del dolore e del valore viene raramente rispettata. Nelle discussioni tra gli amici al bar, o sugli invadenti social network, vi è tutto un proliferare di slogan del genere “meglio un pentimento che un rimpianto”, o di uomini e donne pronti a garantire che loro sì, hanno vissuto cose che ne valessero la pena. La realtà poi scorre in rivoli molto più aridi.
Nel suo sforzo ostinato tenere separata la gioia e il dolore, la mancata comprensione dell’unicità del movimento che contiene entrambi, l’uomo contemporaneo si perde. E lascia assai poco al posto di sé.
Clive Staples Lewis, l’autore de “Le Cronache di Narnia”, dopo una vita spesa unicamente alla ricerca di traguardi accademici, confortato da una visione di Dio parenetica e consolatoria, trovò nel tardivo amore per la poetessa americana Joy Gresham il valore atteso da una vita intera. Perdendola poi molto presto a causa di un tumore estremamente aggressivo. L’irruzione della Gioia (Joy, appunto; l’autobiografia di Lewis si chiama “Sorpreso dalla Gioia”) aveva portato anche il dolore nero e cupo che lo portò a dubitare dell’amore di quel Dio che lo aveva fin lì confortato. Ma mai smarrendo il senso del valore di quell’amore.
Sono gli uomini come Lewis che possono rispondere affermativamente a quella domanda: ne sarà valsa la pena?
“Perché amare se perdersi fa così male? Io non ho più risposte, solo la vita che ho vissuto. Due volte in questa vita mi è stato dato di scegliere. Da bambino e da uomo. Il bambino ha scelto la sicurezza, l’uomo ha scelto la sofferenza. Il dolore di oggi fa parte della felicità di ieri. Bisogna accettarlo.” (CS Lewis)
INSEGNANTI, UOMINI INVISIBILI
Ann è una persona fragile e tormentata. Ha una casa, modesta ma dignitosa, una macchina e un certo numero di conoscenze. Ann ha persino un lavoro, non prestigioso ma solido. Ovvero, secondo un certo immaginario consolidato nel nostro mondo, ad Ann non dovrebbe mancare nulla. Eppure soffre, ed è insicura. Nell’affermato studio pubblicitario dove lavora decine di persone si muovono freneticamente, come formiche laboriose, la sfiorano, la urtano, le scivolano accanto ma nessuno si accorge di lei. E questo la fa soffrire indicibilmente. Fino al punto di pensare di farla finita, poiché “tanto domani, quando mancherò al lavoro, nessuno se ne accorgerà.” Ann è il personaggio, (manco a farlo apposta secondario) di un film: What women want, neanche una pietra miliare del cinema. Se uno psichiatra l’avesse veduto, avrebbe avuto la diagnosi pronta sul palmo della mano, depressione, perché per una ulteriore ironia della sorte Ann non sarebbe neppure un caso particolarmente interessante. Come lei ce ne sono a iosa. Eppure Ann ha qualcosa in comune con gli insegnanti della scuola italiana: è invisibile.
Diceva il precettore di Alessandro Magno che “l’uomo è un animale sociale”, e se si sbagliava era solo per difetto. I comportamenti sociali sono quelli che i neonati imparano nei primi mesi di vita, ed “esserci per qualcuno” diventa molto presto l’unica strada percorribile dell’essere. L’attenzione diventa la moneta segreta che si scambia all’interno delle relazioni primarie e, successivamente, di tutte le altre: “io sono se tu mi guardi!”, è il messaggio nascosto di ogni parossismo notturno. Poi si diventa grandi, ma spesso quel bambino, non ancora adeguatamente nutrito, rimane lì nell’ombra, pronto a recapitare le proprie richieste, talvolta in modo improprio, a chi lo circonda.
Viviamo nell’epoca dei grandi paradossi, delle socialità diffuse sui media, ma anche quella delle solitudini in mezzo alla folla; il tempo degli hikikomori, anacoreti del terzo millennio, delle personalità narcisistiche e borderline, che per continuare a vivere devono gettare badilate di carbone nella fornace di una identità cresciuta come una sequoia con le radici di un filo d’erba. Siamo diventati come pompe idrovore, mai appagate, che risucchiano tutto intorno l’attenzione, e non appena l’habitat si rivela inadeguato a rispondere, scatta immediata la depressione. Pochi ne sono immuni.
Non andiamo tutti dal dottore, ma siamo più soggetti alla malattia di quanto non ci piaccia raccontare.
Torniamo per un istante al nostro esempio: Ann è una lavoratrice che, rispetto ai meccanismi normali di gratificazione professionale vive, per dir così, in una dimensione parallela. Non si è adeguatamente “integrata” e ciò che non è integrato, alla lunga, viene “disintegrato.” Nella atomizzazione dei ruoli e delle mansioni, in atto dalla Rivoluzione Industriale, lei non è riuscita a ricavare un guscio sufficientemente solido dove far risiedere la coscienza di sé, come persona dinamica, attiva, efficiente ed efficace; così si è progressivamente marginalizzata, rimanendo esclusa da tutto ciò che, a suo modo di vedere, conta qualcosa.
Del lavoro si parla, nella nostra società, molto spesso. E lo fanno soprattutto i sindacati. Lo si fa tuttavia in una prospettiva miope, senza quasi mai oltrepassare i dati crudi della occupazione e disoccupazione. Ciò che invece vistosamente manca è il dibattito su ciò che potrebbe rendere una determinata professione “gratificante” per chi la svolge, oppure di ciò che drammaticamente impedisce lo possa diventare. Lo scarno dibattito difetta vistosamente della consapevolezza di quelle malattie del lavoro che non intaccano le arterie o i polmoni, ma non per questo sono meno pericolose. Purtroppo.
E in questa graduatoria gli insegnanti sono, a mio avviso, una categoria particolarmente a rischio di burnout. Recenti statistiche della Comunità Europea documentano come un lavoratore su quattro sia soggetto a una forma di stress professionale. Non conosco statistiche dedicate al recinto dei professori, ma immagino che, se ve ne fossero, le percentuali sarebbero destinate a salire.
Ho già dedicato molte pagine sulla “separazione” del mondo della scuola dal resto della società; nel mio piccolo ho stigmatizzato l’aberrazione di un sistema dove qualcuno – gli studenti – deve dimostrare tutto, mentre qualcun altro – gli insegnanti, appunto – invece non deve farlo mai. I professori iniziano la in carriera attraverso un concorso sulla cui efficacia nel reperire risorse adeguate, molto si dovrebbe scrivere. Ma il peggio deve ancora venire, perché da quel momento in poi realisticamente non dovrà più in alcun modo documentare (eccetto che di fronte alla propria coscienza) di essere effettivamente all’altezza di ciò che gli viene richiesto. Questo peccato sorgivo ha anche un nome: obbligo scolastico, e una figlia ingorda e prepotente, chiamata autoreferenzialità.
Tuttavia quando mi sono occupato di questo tema l’ho fatto nella prospettiva di come ciò si risolvesse in un “punto di forza”, e che sedendosi “dietro” alla cattedra si potesse godere di una serie di innegabili vantaggi, specie rispetto ai derelitti che invece salgono sul patibolo per la scaletta sbagliata.
Ciò che invece mi propongo di osservare questa volta è come anche quello del docente sia uno scranno assai scomodo dove appoggiare le proprie terga, e senza tirare in ballo la retribuzione così distante dalle altisonanti e teoriche finalità della professione.
Mi interessano piuttosto le similitudini tra gli insegnanti italiani e Ann. Un adulto equilibrato, di quelli così scarsamente rappresentati nella nostra società, dovrebbe ipoteticamente avere costruito nella maturità una serie di solidi meccanismi di gratificazione, personale e professionale, tali da non essere mai messi gravemente in discussione, e la solidità della autostima diventerebbe così il frangiflutti, nonché la cartina tornasole con cui misurare, con le giuste proporzioni, successi e insuccessi.
A rischio di banalizzare voglio fare degli esempi: l’artigiano vede il proprio manufatto funzionare e ne trae un fondamentale appagamento; non solo, perché egli può registrare l’espressione soddisfatta del cliente; il venditore facilmente trova un premio di produzione della busta paga, non di meno può partecipare della soddisfazione dipinta sul volto del principale quando il grafico delle vendite si impenna; il musicista viene applaudito, e lo chef nella cucina semi oscura ricorda con piacere di quando è stato chiamato al tavolo da alcuni avventori soddisfatti. Persino nel mondo della scuola, dove la spada di Damocle del “dovere” è orientata tutta sulle nuche dei ragazzi, essi possono sperimentare importanti gratificazioni quando vedono premiare l’impegno profuso con un bel voto, laddove prima campeggiava solo un desolante “4”. Meccanismi di gratificazione estremamente importanti, ancorché ignorati. Necessari, poiché il venirne privati porta progressivamente ad assomigliare ad Ann.
Fare l’insegnante difficilmente è gratificante, paradossalmente proprio a causa delle tutele eccessive che ne circondano il suo agire. Navigare su una rotta, lontana mille leghe dagli iceberg del fallimento, ha un rovescio opaco della medaglia, cioè l’impossibilità di sperimentare attivamente la fecondità nel percorso che conduce in porto il vascello dello studente. Progressivamente, anno dopo anno, egli diventa il latore di una materia che, eccetto per i pochi veri appassionati, diventa inerte e ingombrante nel passaggio dell’aula scolastica. Qui tuttavia occorre una precisazione, e una parziale correzione rispetto a quanto asserito. L’esempio serviva, ma nella prosaicità della vita scolastica quotidiana le dinamiche descritte trovano forme di adattamento, di compensazione o di mimesi, eterogenee quanto le persone cui vi sono sottoposte. Leibniz diceva “natura non facit saltus”; di certo la natura non ammette molte eccezioni, perciò difficilmente troveremo nelle sale professori persone con lo sguardo vuoto di Ann. Ogni docente fa storia a sé, e cercherà di trovare la quadra del proprio “esistere scolastico”, con alterni successi. Lungi da me l’idea di inquadrare adeguatamente il problema, o di esaurirlo, né tantomeno di indicare la soluzione, vorrei tuttavia indicare alcune possibili esiti del processo di adattamento. In altre parole vorrei tentare la descrizione di alcuni atteggiamenti, per dir così, “tipici” degli insegnanti alla ricerca di una difficile forma di gratificazione professionale. Per dirla tutta, ritengo di non esserne immune neanche io.
Sicuramente esistono, e negli anni ne ho conosciuti, insegnanti “centrati”, con storie personali solide, che modulano la propria sfera affettiva anche nel lavoro, con passione e dedizione, e che lavorano sempre a vantaggio dello studente, riponendo delle aspettative proporzionate nei propri interlocutori. Inutile dire che sono quelli in cui sia auspicabile imbattersi. Purtroppo mentirei se dicessi che sono la maggioranza.
Esistono gli insegnanti depressi, più simili ad Ann, che vivono coi ragazzi un rapporto pieno di disillusione, poiché ne percepiscono la vitalità, ma se ne sentono esclusi. Talvolta possono diventare vessatori a causa di quella preclusione che, nascosta nell’inconscio, si traveste da irreprensibilità. Parzialmente collegati a questa tipologia ci sono gli insegnanti che si sono abbarbicati intorno alla rigidità schematica della disciplina, che applicano con rigore esasperato. Esigenti con se stessi e con gli studenti, puntuali e con un senso del dovere fin esagerato, si proteggono dalle derive cui la trattazione di alcune tematiche potrebbe portarli attraverso una sostanziale anaffettività, di cui vanno per altro orgogliosi. Eredi del moralismo kantiano, hanno introiettato l’imperativo etico, e siccome disperano di avere un rapporto gratificante col proprio lavoro, antepongono l’equità alle altre forme di soddisfazione. Un capitolo a parte lo meriterebbero gli insegnanti affetti dalla cosiddetta “sindrome di Peter Pan”; più tarati per la relazione adolescenziale che quella adulta; costoro le proprie gratificazioni le cercano eccome, e per lo più le ottengono, solo che appartengono a un retaggio narcisistico. Come i propri interlocutori (cui finiscono esizialmente per somigliare) cercano compulsivamente forme di approvazione, attraverso epifanie di erudizione o di eloquenza, quando non di magnetismo o di carisma animale. Spesso sono persone dotate, e si spendono nella relazione coi ragazzi, sebbene siano iniziative il cui segnale criptato porta a un ritorno all’origine. Non costa loro molto essere generosi coi discenti, perché in primo luogo questo è il modo migliore per averne lo sguardo ammirato cui abbisognano, e in secondo luogo perché il valore della disciplina è subordinato in modo indefettibile alla affermazione della loro personalità. Anche se potrebbe sembrare paradossale, sono questi gli insegnanti più pericolosi, poiché gli adolescenti sono facilmente reclutabili alla causa di questi inguaribili Narcisi, e la prospettiva di diventare cultori della altrui personalità, li esautora delle difese che invece sono più che mai operative con le altre tipologie, trasformandoli nella versione aggiornata della ninfa Eco, martire trasparente di una causa che non gli appartiene. Si dovrebbero spendere due parole sugli insegnanti “perversi” che rovesciano completamente il paradigma “ippocratico” (che non esiste in questa professione, ma dovrebbe) e godono degli insuccessi, così come di infliggere sofferenza con l’arma affilata del voto negativo. Mi rendo conto l’argomento sia scabroso, ma sono convinto che chiunque abbia frequentato le scuole italiane per qualche decennio, ne abbia potuto constatare quantomeno l’esistenza. Ci sono le insegnanti (donne) che orientano il proprio maternage verso gli studenti, vengono poi quelli affetti dal delirio di onnipotenza, così come ci sono quelli indifferenti, e ancora quelli approssimativi, che occultano con la mancanza di forma la pochezza della sostanza. La verità è tuttavia che più che distinguere in una tassonomia chiara e univoca, tutte queste voci, ancorché largamente incomplete, potrebbero essere sfaccettature o accenti diversi di problematiche comuni, e alternativamente presenti più di quanto le apparenti contraddizioni non dicano.
Ciò che però ritengo incontrovertibile è la radice del problema, di cui ho fino a qui discettato: i docenti, essendo stati “chiamati fuori” dalla logica del merito, si sono dovuti improvvisare come fautori degli aspetti motivazionali delle proprie carriere, e non trovando argomenti nella letteratura ufficiale, attingono a piene mani dalle alchimie nascoste dell’inconscio, nutrendosi della approvazione o della conflittualità che nasce dentro a un’aula deve pur sorgere (anche essere detestati è qualcosa). Somigliano a un cuoco che, non potendo ascoltare da sempre un complimento o una lamentela comincia ad abusare, senza vederlo, ora dello zucchero e ora del peperoncino. E questa è una sconfitta, perché non vince nessuno.
The Bridge
Cosa c’è oltre il parapetto? Un vuoto che si riempie di cose, di immagini, di storie mai raccontate, di gemme mai schiuse, di parole “troppo congelate per sciogliersi al sole”. San Francisco è una città piccola, uno spuntone di roccia che si spinge verso l’Oceano Pacifico. Niente Skyline azzardate, edifici penzolanti che graffiano il cielo pallido. San Francisco assomiglia più a una città dell’800, almeno la zona del porto, il “Fisherman’s Wharf”, coi pontili di legno fradicio e la nebbia a lambire gli usci delle bettole. Quel foruncolo di pietra ha però due braccia che la ricollegano al resto del mondo, due ponti, gettati a unire la città con le città universitarie di Oakland, la Portofino della California, Sausalito. In mezzo alla tinozza c’è invece la famigerata “isola-carcere” di Alcatraz, abbandonata ai turisti, ai gabbiani perenni e alle otarie, lasciata ai pellicani (alcatrace, in spagnolo). I due ponti, l’Oakland Bay Bridge e il Golden Gate Bridge sono praticamente coevi, figli di quegli anni 30, in cui il New Deal rooseveltiano lanciava il suo guanto di sfida alla “depressione” del 1929. San Francisco è una città sospesa, poiché da tempi immemori i sismologhi e le sibille, hanno vaticinato il tremendo sisma – “The Big One” – che raderà al suolo prima o poi la città. Come una nuova Pompei, con la sostanziale diversità che qui tutti attendono la fine con una rassegnata e trepidante attesa. Nei negozi dei souvenir ci sono i poster e le gigantografie di un evento che, a buon conto, non è ancora accaduto. La Ercolano dei Beach Boys ha anche un cantore, il Plinio pronto a testimoniare le sorti di questa terra votata alla finitudine, che tuttavia non è una persona.
Mark Twain disse che l’inverno più freddo della sua esistenza era stata una estate a San Francisco. Senza saperlo gli rispose dall’Italia Cesare Pavese, aspirante suicida, nella fine ottobre del ’45: “Tu tremi nella estate”.
Ecco cos’è San Francisco, una terra di paradossi. Più paradossi di quanti lo stesso contenitore paradossale dell’America sembra poter contenere. E in quella terra dei paradossi c’è anche un portale, che si affaccia sul limite delle acque territoriali, dove i flussi dell’Oceano si affacciano nella baia, emerge dalle nebbie e si slancia verso il mistero. Quel portale, il Plinio della storia non ancora raccontata, è una struttura, il Golden Gate Bridge, il ponte (forse) più famoso al mondo. I suoi piloni, le sue campate di acciaio rosso, i nervi d’acciaio a sospendere l’asfalto sul nulla, sono a buon diritto un territorio di confine, tra la fisica e la metafisica, tra la vita e la morte, tra il significato e l’insensatezza, il dolore e l’euforia, l’estasi e l’abisso. Il Golden Gate Bridge è molto, ma molto, di più che un azzardo del genio civile: le sue immense torri sono le antenne che intercettano le onde di un mondo invisibile. Cui tuttavia si accede semplicemente varcando il “portale dorato”. Il Golden Gate Bridge ha il colore della ruggine, e quello del sangue. Ogni anno alcuni milioni di turisti vengono qui per attraversare una delle sette meraviglie della modernità. E alcuni sono andati oltre. Cosa c’è appunto oltre il parapetto?
Nel 2004 Eric Steel, lungi dal rispondere all’interrogativo, ha scritto un film intelligente ed educato, per avvicinarsi se non alla risposta, quantomeno alla domanda. Il magnetismo innaturale che il Golden Gate Bridge emana ha portato, dalla creazione fino al 2005, un migliaio di persone a cercare la morte lanciandosi nel vuoto dei 65 metri che dividono il ponte e la superficie dell’acqua. Quasi sempre trovandola. Quando il mondo rimase traumatizzato, solo un anno fa, per il tragico episodio dell’aereo della German Wings, la prima immagine di Andreas Lubitz, il folle pilota che ha deciso di trascinare 150 cinquanta innocenti nel proprio suicidio, lo ritraeva proprio con il Golden Gate Bridge alle spalle.
Il film di Steel, non è un film sui suicidi, come il becero sottotitolo italiano lascia supporre, ma è appunto sul ponte. Non è un documento sulla disperazione, ma un film dove la disperazione viene guardata come una “cosa”, un oggetto tra gli oggetti. Quando il film uscì in Italia, ci furono polemiche, per la spettacolarizzazione della morte, perché – si diceva – fosse una sorta di inno al suicidio. Polemiche stantie, perché si confonde il nascondimento di un fenomeno con la sua non esistenza, e la irrapresentabilità con la non efficacia. Per un anno Steel ha puntato le telecamere sul ponte, giorno e notte, scrutando quello che succedeva sopra. Ma nel film i suicidi effettivamente documentati visivamente non sono più di 4 o 5 (mentre una didascalia finale parla di 24). No, The Bridge non è un film sui suicidi, né tantomeno un inno alla fine della vita. E’ piuttosto un haiku zen dove viene osservato, senza giudizio, ciò che accade. The Bridge racconta le storie degli uomini senza biografia che nell’abisso ci hanno visto qualcosa. Non si penzola nel vuoto, ma si sporge oltre il parapetto. E guarda cosa si vede dal ponte.
Ogni respiro
Tu sei la poesia,
la musica dei fiori,
i riflessi che galleggiano sulle [onde]
Sei la ragione per cui un uomo quel giorno pianse
Il palloncino che sfuggì dal polso della bambina
gli occhi tristi eppur lieti
che lo accompagnarono al suo appuntamento con le stelle.
Sei tu il motivo per cui il vento risvegliò quel cespuglio
sei la forza che fa rimbalzare i ciottoli sul lago,
tu sai perché le foglie d’autunno diventano gialle
e sai perché il sole arrossisce quando scompare
sei l’odore della pioggia dopo il temporale.
Sei il palpito di cuore di una madre
le lacrime di un padre.
Tutte le figlie e tutti i figli
tutte le spose e tutti gli sposi,
sei i sorrisi sdentati e le foto sbiadite,
tutte le cose stupide dette senza pensare
tuo ogni pianto che fece un cuore.
Sei l’innocenza. Sei ogni carezza.
Ogni capello spostato dal vento.
Sei tu che custodisci i segreti degli amanti,
non celi tu la memoria delle pietre?
Tu sei la mia pace distante.
E tuo sarà ogni mio respiro, finché ne avrò uno.
“Io ti esplodo…”
(Il signor Uguale, entrando in un rudere, si è appena lasciato scappare: lo faccio per te, amore mio.)
“La perlustrazione proseguiva. Ma l’attenzione del signor Uguale si era repentinamente allontanata delle cose, per curvarsi tutta al suo l’interno. Da dove erano arrivate le parole appena sussurrate? Non le avvertiva come sbagliate, o inadeguate. Non erano state sprigionate in uno di quei frangenti in cui si perde il controllo, o si vorrebbe averlo perduto quando vi si ritorna con la memoria. Erano le parole giuste, che calzavano le dita della sua anima come un guanto indossato per mille inverni durante il tragitto che conduce al lavoro. Ma proprio questa era la nota stonata, perché lui non le aveva mai usate. Forse non sapeva cosa volessero dire. Aveva sempre relegato l’uso di certi “argomenti” alla adolescenza, o ai fastidiosi rimasugli che permangono in alcune esistenze adulte. Ma gli anni dell’adolescenza lui li aveva solamente attraversati, galleggiandovi per una incubazione avvertita come orribile e altrettanto necessaria. Né tantomeno aveva avuto qualche motivo per doverli recuperare. Le poche volte che era andato a prendere uno dei figli, il sabato, a scuola, aveva vissuto con disagio l’uscita di quella fiumana dalle porte automatiche dell’istituto. C’era in essi qualcosa di eccessivo, di sporco, nonché molto di traballante incontrollabile e provvisorio come i denti da latte: erano portatori di qualcosa che non voleva ricordare. Se uno, o tutti, quei ragazzi che schiamazzavano nell’angusto cortile della scuola, avessero avuto la giusta coscienza delle cose – quella che lui credeva di avere conseguito attraverso la sua condotta accorta -, avrebbero lasciato cadere i propri scalcinati interessi, le proprie fumiganti passioni, perché tali si sarebbero rivelati non essere. Non li biasimava, oppure soltanto un po’, per quel loro non essere come lui, non avere considerato i traguardi più necessari della vita, il discernimento tra ciò che non avrebbe potuto portare frutto e ciò che davvero contava. La parola “amore”, in particolare, era tra tutte quelle che gli adolescenti usavano con una leggerezza imperdonabile, quella più sopravvalutata, effimera e ingannevole. Piuttosto che amore avrebbero dovuto usarne un’altra, che ne addensava la natura intrinseca di pericolo: esplodere! Ecco cos’erano per il signor Uguale i giovani, mine galleggianti di una guerra dimenticata, eppure sempre pronta a essere sprigionata per nuove imboscate e crudeltà. “Io ti esplodo”, avrebbero dovuto scrivere quei guastatori sui muri sbreccati e alle fermate dei tram, parole come micce, graffiti come l’innesco della più grande polveriera esistente in natura. Per forza il pallido signor Uguale non le aveva mai usate. Lui non era mai esploso. Neanche aveva dovuto sforzarsi. Non aveva dovuto trasformarsi neppure nel pompiere di se stesso. Nessun incendio era stato appiccato, e nessun invasato si era avvicinato con una fiaccola. Non lo aveva consentito. Parole forestiere quelle che gli erano sfuggite. Non aveva mai dovuto prendere confidenza, certo non con Ismene, con cui… Ma cosa andava a pensare? Ciò che aveva vissuto con la moglie apparteneva a un territorio diverso, non aveva nulla a che spartire con quello dove si stava inoltrando adesso. Non avrebbe saputo dire nemmeno se si trattasse di un pregio o un difetto, perché sarebbe stato come paragonare mele e lampioni. Mele e lampioni! Si compiacque di avere codificato tanto bene la non omogeneità. Scartò quindi, accompagnando con un gesto della mano, l’idea di dovervi insistere. Ciò che aveva vissuto con la Bufera non aveva un nome, non ancora quantomeno. A difesa di ciò che aveva pensato fino a quel momento, ravvedeva anche qualcosa “di esplosivo”. Ma nella stessa forma in cui una eruzione che diventa vita lì dove era stata solo la pietra inerte. Era quello il nome da assegnare a ciò che provava? Sicuro era il sentiero che il viandante della sua anima aveva deciso, senza preavviso, di imboccare.”
