Però prima di trovarmi una serie di persone sotto casa pronte al linciaggio (comprensibile), vorrei spiegarmi. Dovrei dire che ‘a partire dalle notizie di ieri‘, ma purtroppo non è così, o dovrei spiegare che si tratta di un paradosso. Ma purtroppo, a discapito dell’orrore che il personaggio mi suscita, non si tratta soltanto di un iperbole.
Dopo la fine della guerra fredda un sociologo americano, Francis Fukuyama scrisse un saggio sulla ‘fine della storia’. Non parlava di Apocalisse, né si lanciava in improbabili escatologie. O forse sì, ma l’escatologia americana non poteva che essere per definizione una devitalizzazione del pianeta in funzione della particolare versione borghese stelle e strisce. Da quel momento – pensava Francis – non ci sarebbero stati più conflitti, l’economia avrebbe progredito finalmente senza ostacoli, il mondo rassicurato si sarebbe grossomodo stabilizzato e rasserenato.
Ovviamente aveva torto, perché partiva (mica solo lui) da premesse incredibilmente riduttive. Tra i primi a sottolinearlo fu Luigi Zoja, che in ‘Paranoia‘ sottolineò come la nostra psiche, collettiva e individuale, funziona diversamente dal pensiero di Fukuyama come dal cogito del 95% del genere umano.
Noi abbiamo bisogno di nemici, altrimenti la nostra identità vacilla. Che strano: la ragione umana funziona – io direi quasi sempre – in modo controintuitivo. Ma siccome noi da quasi tremila anni ci siamo agganciati a una forma di pensiero assertivo e univoco (da Parmenide in poi) vediamo la contraddizione e la complessità come una malattia del pensiero, e non come uno delle ultime scialuppe libere sul Titanic.
Nel Piccolo libro dell’Ombra, Robert Bly finge di stupirsi del fatto – citazione spannometrica – che in oriente, fuori da alcune abitazioni ci sono sculture mostruose, denti acuminati, narici fumanti, e la gente che ci vive dentro è molto pacificata, mentre qui troviamo ancora qualche edicola con una candida signora benedicente, perfetta madre e vergine, e le famiglie disfunzionali, le violenze domestiche sono diventate la regola e non l’eccezione. Le forme di prevaricazione domestica, le incomprensioni diventano regole, e le fragilità motivo di isolamento e allontanamento, esattamente come il campanello alla caviglia dei lebbrosi. Ma guai a dirlo a un prete che benedice le case in Avvento, o farlo presente durante una mielosa commedia holliwoodiana. Eppure.
Volevamo nemici, e siamo diventati nemici – è curioso che uno dei fenomeni più inquietanti degli ultimi cinquant’anni si sia identificato meno con il progetto politico, utopico o religioso di fondo, quanto attraverso l’emozione suscitata collettivamente, il terrore, universalmente suscitata.
E’ stato James Hillman a dire
“Culture flowers, civilization works”
una doppia velocità che aspettava solo il momento giusto e gli uomini sbagliati per cominciare a lacerare il tessuto della storia. Anzi, potremmo dire che la velocità è addirittura tripla, perché il nostro inconscio – l’Abisso del Sé -, il vero padrone di casa, ignorato e blindato nella polverosa e buia cantina, si è fermato dalle parti dell’Homo di Cro Magnon o giù di lì.
Così il tessuto planetario, tirato all’inverosimile dalle ‘civiltà del progresso’, i cui pochissimi e bulimici fruitori hanno pensato bene che, ora davanti al baratro, non si poteva che accelerare.
Il modello dello ‘Sviluppo infinito’, che pietisticamente Rudyard Kipling immaginava con la poesia ‘The white man burden’, un sistema dove i buoni e ricchi bianchi si assumevano la responsabilità di accrescere le proprie ricchezze (il connazionale Cecil Rhodes alla fine della sua vita aveva un patrimonio di tre tonnellate di diamanti, e neanche un carato reperito nella perfida Albione…) e trascinare disciplinatamente nel benessere, in fila con una ciotola, ‘il fardello’ dei nati con la pelle scura.
Ci siamo riusciti, direi, se pensiamo che Jeff Bezos respira la stessa atmosfera di un congolese medio, il cui reddito vacilla intorno ai 700 dollari annui, e la cui aspettativa di vita supera di poco i 40 anni. E non importa se Bezos (e gli altri) si arricchiscono vendendo imprescindibili asset congolesi.
La sedicente civiltà si arruffa sulle inquadrature dei baci ‘illegali’ di San Remo – quelli che il Moige non vede l’ora di spalancare varchi dell’inferno, indifferente degli orrori nello Yemen, in Libia, nel Congo K 🇨🇩💔- mi si permetta questa insistenza personale – o in Siria, come se in un inferno flaccido e maleodorante non ci fossimo tutti fino al polpaccio.
Uomini sani e timorati da vecchi e nuovi dei, si aggirano tra forniti scaffali a fuggire cibi con olio di palma, allontanando le bevande gassate come Lucifero; tutto come se Thanatos non cominci a fuoriuscire dai tombini a pochi chilometri da casa; ci si accontenta di un’esistenza come quella del George Gray di Spoon River – picchiamo forte solo sui ‘social’, eroi della tastiera, belve in scatola con il traffico in Tangenziale.
Come educatori abbiamo tolto i bambini dai giochi e dalle insidie delle strade, recintando giardini e ancorandoli a consolle di giochi, dentro reticoli virtuali limitati e ossessivi, dove guadagni per ogni nemico ucciso. Poi ci si domanda perché la scuola non insegni ai più piccoli a leggere le proprie emozioni.
In un apprezzabile film ‘Un amore alla fine del mondo’, quando arriva la notizia che ineluttabilmente un asteroide distruggerà il pianeta, il protagonista (Steve Carell) si ritrova l’immancabile matrona mesoamericana a pulirgli la casa, come ogni giovedì. E quando prova a dirle che, in quelle condizioni, potrebbe restare un po’ di tempo con la sua numerosa famiglia, questa con gli occhioni pieni di lacrime domanda se la sta licenziando, e perché? Fino all’ultimo dei giovedì lei sarà al suo posto perché è meglio prendere fuoco che immaginare di non avercelo avuto un posto al mondo.
E l’inconscio ruggisce per la ablazione delle sue istanze, della sua esistenza, pronto a sfondare la porta, come un Dio furibondo e pronto a punizioni bibliche.
Quanto è attuale – sebbene rovesciata – l’intuizione di Jacques Maritain
Pour se poser il s’oppose
perché ormai troviamo angusti momenti di hype, ci sentiamo vivi solo durante il linciaggio di qualcuno con un interesse ridotto al ‘chi’ o ‘perché’ merita questa volta gli schiaffi. L’importante è che abbia guance prominenti a soddisfare la voglia di menare le mani.
Siamo ciò che odiamo
direbbe un Feuerbach del XXI secolo. E la lista di sagome da colpire è illimitata.
Povero Fukuyama. La guerra fredda è finita solo sui libri del liceo, perché a furia di mettere nelle stanze del potere imbecilli e arroganti, con l’empatia di un calorifero, ora il magma è di nuovo incandescente, e ci si deve preparare al peggio.
Ma ce lo meritiamo.
Ce lo meritiamo perché è quello che abbiamo inconsciamente voluto, e spinto, e infine ottenuto. Perché nel dibattito politico – che sia nazionale o internazionale non cambia un granché – troviamo persone più simili a noi di quanto vorremmo ammettere. Tutti hanno ragione. Nessuno riconosce un torto. La colpa, qualsiasi colpa, è sempre di un altro. E il mondo diventa un Risiko dove i carrarmatini colorati di una nazione si scontrano contro quelli di un Dio, facendo rotolare teste al posto dei dadi.
Quei mostri sono lì perché ci assomigliano. Perciò è meglio preparare le guance, perché anche se facciamo esercizio fisico, compriamo solo frutta locale, non trattata da diserbanti, anche se ci leggiamo fino in fondo la filiera da dove proviene l’olio EVO, o tutti i bugiardini delle tonnellate di farmaci che assumiamo, siamo comunque più arroganti e autoreferenziali di quanto immaginiamo. E gli schiaffi presto o tardi arriveranno anche qui.